
Un miliardo e 250 milioni di euro. È attorno a questa cifra che si aggira il valore dei beni sequestrato a Cosa nostra dalla fine del 2008 ad oggi a coloro che gli investigatori considerano i prestanome di Matteo Messina Denaro. Un patrimonio immenso intestato ad imprenditori dietro i quali, secondo gli inquirenti, c’è l’ombra lunga del noto latitante.
Tra i beni sequestrati riconducibili a Giuseppe Grigoli, il “re dei supermercati”, ci sono 12 società, 220 fabbricati tra palazzine e ville, 133 appezzamenti di terreno per 60 ettari, bot, conti correnti, automobili e uno yatch di 25 metri. Un patrimonio di 700 milioni di euro sequestrato in tre tranche di 200, 300 e 200 milioni di euro, comprensivo anche dei beni mobili e immobili intestati ai familiari di Grigoli, tra cui la moglie e le figlie. Gli investigatori, una volta accertata l’evidente “sperequazione” tra i redditi dichiarati e quelli realmente posseduti dall’imprenditore in modo da creare una sorta di economia parallela per determinate operazioni, si sono presto resi conto di come il vero intestatario di questo impero economico sia in realtà il capomafia di Castelvetrano, legato all’imprenditore da vincoli di affari. “Una ricchezza accumulata – spiega il procuratore aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato – grazie ad un sostanziale oligopolio nel settore della grande distribuzione”. Grigoli però avrebbe condotto operazioni bancarie “per contanti” con depositi superiori ai 600 milioni di vecchie lire, senza che gli investigatori della Dia abbiano rilevato alcuna rispondenza tra questi versamenti e gli affari commerciali del gruppo. I soldi non sarebbero dunque arrivati dai supermercati e dal commercio ma da altra “fonte”.
Gli inquirenti non hanno dubbi: sono soldi di Matteo Messina Denaro che, intercettati nell’arco temporale tra il 1999 e il 2002, sarebbero serviti al padrino per entrare nelle società di Grigoli. Le ispezioni condotte dalla Guardia di Finanza assieme alla Dia avevano fatto scoprire che il denaro in uscita era superiore a quello in entrata. Nel 2001, secondo la Dia, la “Gruppo 6 Gdo” acquistò18 supermercati, ma in cassa non c'era tutto il denaro necessario per quell'investimento.
Un altro patrimonio collegato a Messina Denaro è stato invece sequestrato all’imprenditore Rosario Cascio, già condannato a sei anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso nell’ambito del processo “Mafia & Appalti”, con sentenza passata in giudicato. Cascio è stato nuovamente arrestato nel settembre del 2008, ritenuto l’interfaccia del superboss nell’edilizia e nel movimento terra. Anche in questo caso un impero immenso. Tra i beni sottoposti a sequestro ci sono le imprese del cemento di Montevago, come la “Calcestruzzi Belice”, la “Calcestruzzi Clemente”, la “Calcestruzzi Srl” e la “Inerti Srl”, con un capitale sociale complessivo di 644 mila euro. C’è la “Siciliana Conglomerati” di Partanna, in contrada Raffi con “soli”10 mila euro di capitale, ma anche la “Atlas Cementi” di Mazara del Vallo, in via Marsala, con un capitale sociale di 2 milioni di euro.
Oltre al calcestruzzo c’è anche il vino, con la società “Vini Cascio” di Castelvetrano, in contrada Petrulla-Inchiusa (100 mila euro di capitale sociale); c’è il commercio di auto, con la “Efebo Car” di Castelvetrano in contrada Strasatto (153 mila euro). Poi ci sono le quote di capitale in varie società, come la “Trasped” di Mazara del Vallo nel settore degli autotrasporti di merci internazionali; la “Castelpetroli” di Castelvetrano in contrada San Nicola, per la gestione di impianti di distribuzione di carburanti, bar, ristoranti, tabacchi e lotterie; e a Partanna la “Saturnia” in contrada Camarro, per la produzione e il commercio di prodotti agricoli, la “Pedone Srl” di via Mazzini e la società cooperativa “L’olivo” in contrada Santa Lucia. Nell’elenco ci sono terreni, fondi rustici e fabbricati distribuiti in varie zone del Belice. Da Montevago a Partanna, da Menfi a Santa Margherita Belice, e a Castelvetrano nelle località di “Manicalunga”, “Zangara”, “Petrulla” e “Belice di mare”. Anche un complesso residenziale in costruzione a Partanna, in via Colicchi, costituito da 18 appartamenti e 16 autorimesse. Sequestrate anche due ditte individuali: una dello stesso Rosario Cascio, esercente l’attività di “lavori generali di costruzione edifici e lavori di ingegneria civile” e l’altra della moglie Maria Accardo, esercente l’attività di “colture miste viti-olivi-frutticole”.
L’intero patrimonio di Cascio è del valore di circa 550 milioni di euro. Sequestro, secondo il Tribunale di Agrigento, scaturito dalle risultanze della verifica sulla sperequazione patrimoniale e dalla ricostruzione delle numerose vicende giudiziarie che hanno visto coinvolto Rosario Cascio, intimamente legate allo svolgimento della sua attività imprenditoriale, soprattutto nel settore dei calcestruzzi e degli inerti, all’aggiudicazione di appalti pubblici, d’opere o di forniture, e di contratti con privati.
Oltre alla medesima matrice, i patrimoni di Grigoli e Cascio sembrano avere un altro punto in comune che, al di là delle rilevanze processuali, induce certamente a riflettere: si tratta della salute delle aziende durante il periodo di amministrazione giudiziaria.
Una buona parte del patrimonio dei Cascio era già stato sottoposto a sequestro di prevenzione, tra il 1993 e il 2000. In quel periodo le aziende subirono un brusco rallentamento nella loro crescita, diminuendo considerevolmente il proprio volume d’affari ma, dopo il rientro di Cascio nella disponibilità delle imprese, nel novembre del 2001, si registrò un’immediata e repentina ripresa.
Qualcosa di simile sta accadendo anche nelle imprese sequestrate a Giuseppe Grigoli, tanto che il dottor Nicola Ribolla, custode giudiziario del patrimonio del “re dei supermercati”, nell’udienza del processo Grigoli del 15 dicembre scorso, ha rivelato di aver avuto rapporti difficili con le banche già dallo stesso giorno in cui è avvenuto l’arresto, con un finanziamento negato di un milione di euro. Senza contare il rallentamento dei pagamenti da parte dei clienti e i problemi con i fornitori che hanno ristretto progressivamente le condizioni di pagamento.
Non è semplice dare una spiegazione univoca su questo “effetto sequestro” che agisce negativamente sulla salute delle aziende in amministrazione giudiziaria. Certo, un amministratore che ha a che fare con un’azienda che non conosce, è difficile che ottenga gli stessi risultati rispetto alla conduzione del titolare di vecchia data, senza considerare il cambiamento del clima organizzativo con le inevitabili ricadute sull’aspetto motivazionale dei dipendenti. D’altro canto però non si può fare a meno di notare la paradossale diffidenza soprattutto da parte delle banche, che fanno fatica a scorgere il merito creditizio in chi rappresenta lo Stato.
Egidio Morici
per L'isola, quindicinale di informazione della provincia di Trapani