"L'offesa alla verità sta all'origine della catastrofe." (Sofocle, Edipo re)

venerdì 5 febbraio 2010

Il pentito Rizzuto: "Supermercati sponsorizzati da Matteo Messina Denaro"

A parlare stavolta è il collaboratore di giustizia Calogero Rizzuto.
Tra i motivi del suo pentimento ce n’è uno di non poco conto: volevano ucciderlo.
Vicino alla famiglia di Sambuca di Sicilia già dal 91/92 e formalmente affiliato nel 2003, diventa capo del suo mandamento che include, oltre alla sua città, anche Sciacca, Santa Margherita, Menfi e Montevago. Viene arrestato nel luglio del 2008 e comincia a collaborare nel settembre del 2009.
Nell’udienza del 15 gennaio scorso, al processo Grigoli e Matteo Messina Denaro, Rizzuto racconta com’è andata la faccenda del debito Despar.

Un debito da 600 milioni delle vecchie lire per forniture varie che Giuseppe Capizzi, allora capo della famiglia di Ribera e numero due della provincia di Agrigento, non avrebbe saldato al “re dei supermercati”.
Nell’udienza emerge che Calogero Rizzuto, tra la fine del 2004 e i primi del 2005, insieme a Gino Guzzo, capo della famiglia di Montevago, si recarono a Castelvetrano su indicazione del Capizzi, per parlare direttamente con Matteo Messina Denaro e risolvere la questione del debito, viste le differenti posizioni sulla relativa entità.

La famiglia Capizzi era arrivata a Matteo Messina Denaro per mezzo dello zio, Bernardo Provengano – dice Rizzuto - ma siccome i tempi erano lunghi per i pizzini… prima che ci arrivavano, c’erano discussioni… e allora si voleva arrivare direttamente a discutere di questa cosa”…
Guzzo ha detto a Grigoli che voleva un incontro con Matteo, se era possibile”.
Dopo una quindicina di giorni Grigoli li fa incontrare col cognato di Matteo Messina Denaro, Filippo Guttadauro.
Rizzuto spiega che “Matteo e Guttadauro dovevano dare l’autorizzazione a Grigoli di incontrarsi con il Capizzi. Perché se prima non ci fosse stato l’ordine da parte di Provenzano, il Grigoli e il Capizzi non si sarebbero potuti incontrare. I due poi si incontrano e trovano l’accordo”… “il Matteo voleva sistemare la cosa con Provenzano, per non arrivare alle armi”.
Guttadauro avrebbe detto: “Vi state prendendo una grossa responsabilità… noi siamo per l’accordo”.
Ma l’accordo non viene rispettato.

Guzzo mi disse che Matteo aveva mandato a dire che voleva uccidere Giuseppe Capizzi perché era venuto meno all’accordo. Matteo aveva mandato a dire di farci gli affari nostri, perché ora la cosa la sistemava lui a modo suo… perché per l’ennesima volta è stato un buffone, sia la famiglia Capizzi che Falsone Giuseppe”.
Dopo una ventina di giorni però Capizzi viene arrestato.
Giuseppe Falsone (uno dei capi di Cosa nostra nella provincia di Agrigento, ndr) mi disse che il Capizzi gli aveva fatto fare una brutta figura con Matteo Messina Denaro, venendo meno all’accordo. Falsone aveva mandato un incaricato per vedere come stavano le cose. Se era come diceva Grigoli o come diceva il Capizzi ed effettivamente era come diceva Grigoli”. Si trattava proprio di 600 milioni di lire.

Falsone mi disse che Una volta che Giuseppe Capizzi fosse uscito dalla galera, si sarebbe dovuto fare da parte, non si doveva più immischiare in nessuna cosa e che il rispetto era portato a suo padre e a suo fratello. Lui ci aveva fatto fare troppe brutte figure, sia col nostro mandamento che con la doppia figuraccia che ci ha fatto fare con Matteo Messina Denaro, la prima volta quando lui diceva che non era questa la somma che lui doveva dare e poi quando è venuto meno al pagamento”.
A Rizzuto viene chiesto se Grigoli avesse avuto rapporti con Cosa nostra.
“Per avere rapporti con Matteo, per Matteo e Guttadauro essere così impegnatissimi a questa situazione erano almeno molto amici – risponde - per avere tutto questo interesse Matteo, addirittura arrivare ad uccidere uno per gli interessi di Grigoli, io penso che qualche cosa c’era”…
“C’era un buon rapporto, era raccomandato da Matteo, ma se face parte della famiglia o se era un uomo d’onore non lo so
”.

Il Pubblico Ministero Sara Micucci chiede al Rizzuto se lui sa se un imprenditore mafioso, quando opera in un territorio che non è quello di appartenenza della sua famiglia, deve pagare il pizzo.
Si – risponde Rizzuto - se si tratta di qualcosa di grosso deve pagare ugualmente. Magari al posto del due per cento ci si fa pagare l’uno, l’uno e cinquanta, però deve pagare”.
Il motivo dell’incontro al quale avrebbe partecipato non era però collegato al pizzo. La questione invece sembra girare attorno a quel debito non saldato e alle diverse valutazioni del suo ammontare. Divergenze che pare avessero fatto infuriare non poco Matteo Messina Denaro.
Si era dimostrato particolarmente arrabbiato – spiega Rizzuto rispondendo alle domande del Pubblico Ministero Carlo Marzella - e aveva scritto qualche parola un po’ grossa su Falsone, ma prima però era stato il Falsone che aveva scritto allo zio (Bernardo Provenzano, ndr) con parole forti, dove era convinto che aveva ragione il Capizzi e quindi aveva scritto una lettera, so io, un po’ forte su Matteo, che poi effettivamente è risultato al contrario”.
Il PM Marzella chiede anche se “I supermercati erano di Grigoli, lei sa perché Capizzi le disse che bisognava andare a Parlare con Matteo Messina Denaro?"
Questi supermercati che hanno aperto nell’agrigentino sono stati sponsorizzati da Matteo Messina Denaro – risponde l’ex boss di Sambuca - è stato lui a sponsorizzare l’apertura di questi supermercati. Da quello che mi ha detto il Capizzi, il Grigoli era stato raccomandato da Matteo Messina Denaro per aprire questi supermercati nella zona.”
Secondo Rizzuto, Grigoli era a disposizione di Cosa nostra. E quando gli viene chiesto cosa intendesse col termine “a disposizione”, lui risponde che “è disponibile a qualsiasi cosa abbia bisogno la famiglia. Se ha bisogno di denaro, di qualche luogo dove nascondersi, di fare da prestanome, non lo so… di tutto ciò che ci può essere di bisogno”.
L’ultima domanda alla quale Rizzuto risponde è quella di Antonio Denaro, avvocato di Giuseppe Grigoli: “Ma se due uomini d’onore si accordano e uno dei due viene meno alla parola, la sanzione qual è?”.
La risposta è immediata: “La morte, avvocato”.

Egidio Morici
per L'Isola del 22/01/2010
Quindicinale di informazione per la provincia di Trapani

domenica 31 gennaio 2010

"Dichiarazioni falsate o artefatte"

Che alcuni giornalisti locali tendessero ad essere condizionati dal potere era opinione già diffusa,
ma pochi consiglieri comunali finora avevano avuto il coraggio di dirlo esplicitamente.
Uno di questi è il consigliere Ninni Vaccara (Idm) che interviene sul forum di castelvetranoselinunte.it, commentando la notizia dell’acquisto di 150 crocifissi da parte dell’amministrazione comunale da destinare ai vari uffici, a cominciare da quelli di Palazzo Pignatelli.
La notizia, riportata anche dal Giornale di Sicilia, sottolineava l’intenzione dell’amministrazione di portare avanti un percorso che rafforzi l’identità cristiana della città.

Ciò che però non è stato riportato è che questa scelta non è stata affatto un’iniziativa della Giunta, ma espressione del Consiglio comunale, attraverso il voto unanime di una mozione d’indirizzo scritta dal dottor Vaccara l’11 novembre scorso e presentata il 14 dicembre.
Anche il vicesindaco Calcara e l’assessore Centonze commentano sul forum del portale, sottolineando che quello che conta è il risultato e che è stato messo in atto l’indirizzo del consiglio comunale, sposato in pieno dall’esecutivo.

Il consigliere Vaccara però si chiede: “Come mai il solerte e ben pagato ufficio stampa del comune diffonde via internet e tramite il compiacente Giornale di Sicilia questa bella iniziativa e si dimentica da dove viene e da chi è stata votata?”.
Non vorrei aprire il discorso politico dei finanziamenti a TV o a radio locali – aggiunge Vaccara - sempre pronti a dare voce all’Amministrazione e che sistematicamente si dimenticano del Consiglio o di certi consiglieri comunali in particolare. Ci sarebbe veramente da aprire un bel capitolo”.
Ma in uno dei commenti, il dottor Vaccara sembra centrare il punto della questione, cogliendo la differenza tra un comunicato fatto dall’addetto stampa dell’amministrazione che, passato ai vari organi di informazione, viene pubblicato così com’è e "una corretta informazione che con onestà intellettuale racconti i passaggi che hanno prodotto un certo evento".
In pratica, la differenza fondamentale che c’è tra un comunicato stampa e un articolo giornalistico.

Vaccara poi pare aprire uno spiraglio su possibili meccanismi propagandistici, a volte oscuri anche per gli autori stessi di alcune delle dichiarazioni fatte alla stampa, chiedendosi come mai in certe occasioni “le varie dichiarazioni fatte e comunicate dall’addetto stampa del comune erano falsate o artefatte, visto che poi i diretti interessati da me interpellati – aggiunge il consigliere dell’Idm - non conoscevano e non avevano mai fatto siffatte dichiarazioni”.
Insomma, di fronte ad una parte dell’informazione al servizio più o meno diretto dei potenti, il dottor Vaccara mostra il suo disappunto “su un certo modo di fare politica sfruttando la possibilità di aver sempre a disposizione radio, tv locali, pagine di giornale o giornalisti compiacenti, per far arrivare alcune notizie nei modi e nei tempi più opportuni”.
Egidio Morici
per L'Isola del 22/01/2010
Quindicinale di informazione per la provincia di Trapani

mercoledì 20 gennaio 2010

"Lei non è il signor Grigoli!" e la banca nega il finanziamento

Lo scorso 15 dicembre è ripreso il processo a Giuseppe Grigoli, accusato insieme a Matteo Messina Denaro di associazione mafiosa. Dal banco dei testimoni il dottor Nicola Ribolla, custode giudiziario del patrimonio del “re dei supermercati”, ha parlato dei difficili rapporti con le banche, già dallo stesso giorno in cui è avvenuto l’arresto.
“Un episodio particolarmente sgradevole si è verificato negli uffici della banca Monte dei Paschi di Siena, a Palermo – afferma il dottor Ribolla - dove il responsabile di zona, in relazione ad un progetto di finanziamento di circa 6 milioni di euro disse a me e al dottor Giuseppe Glorioso che questo finanziamento non ce lo avrebbe concesso, in quanto noi non eravamo il signor Giuseppe Grigoli”.
Sembra quindi che la “prudenza” degli istituti di credito possa essere strettamente collegata al fatto di non aver ravvisato il cosiddetto merito creditizio in un’amministrazione che rappresenta lo Stato.

Il custode giudiziario racconta anche un altro episodio che riguarda la banca Carige: “Avevano già deliberato un finanziamento a breve termine di un milione di euro, che doveva essere accreditato il giorno in cui è stato eseguito l’arresto di Grigoli. Di quel finanziamento non ci fu più alcuna traccia”.
Ma da quando uscirono le prime notizie di stampa sui pizzini relativi a Grigoli (nella primavera del 2007), fino al giorno del suo arresto, nel mese di dicembre, gli istituti di credito non mostrarono alcuna remora nella concessione dei finanziamenti, al punto da erogare 6 milioni e mezzo di euro proprio nel periodo tra ottobre e novembre. Sembra quindi che la chiusura dei rubinetti cominciò a verificarsi solo dal momento del suo arresto.
Le difficoltà però non si sono limitate soltanto al rapporto con le banche. L’amministrazione giudiziaria ha dovuto fare i conti anche con “un rallentamento dei pagamenti da parte dei clienti”, riscontrando un abbassamento del 50% rispetto ai termini di dilazione dei pagamenti che, dai 43 giorni del 2007, sono arrivati ad una media di 64 giorni nel 2008.
Senza contare i problemi con i fornitori che “hanno ristretto progressivamente le condizioni di pagamento”, oltre ai decreti ingiuntivi da parte di alcune ditte di costruzioni per saldi di prestazioni non ancora riscossi.

Il Pm Carlo Marzella chiede anche della famosa fattura non saldata del punto vendita di Ribera, in provincia di Agrigento. Ribolla risponde di aver “riscontrato numerosi crediti nei confronti di diversi soggetti, ma nessun contenzioso”. Tra questi c’era anche quel credito di circa 300.000 euro per il quale però, prima dell’ingresso dell’amministrazione giudiziaria, non ci sono mai state procedure in atto per il relativo recupero.
Le difficoltà si sono moltiplicate anche con l’interruzione del rapporto d’affitto di ramo d’azienda da parte di numerosi punti vendita siti nella provincia di Trapani e di Agrigento. Alcuni dei quali hanno lasciato debiti anche superiori ai 400.000 euro. Interruzioni che in alcuni casi non sembrano dipendere da particolari problemi economici. Un punto vendita di Marsala, per esempio, si è distaccato dopo circa sei mesi dall’ingresso dell’amministratore giudiziario, ma fino ad allora aveva dato degli ottimi risultati.

Altra nota dolente riguarda i pericoli di infiltrazioni mafiose.Ha avuto modo di accertare – chiede il Pm - la presenza di rapporti commerciali tra imprese riconducibili al gruppo Grigoli e soggetti che potrebbero essere legati da rapporti di parentela o di vicinanza ad esponenti mafiosi, in particolare a Matteo Messina Denaro?”.
Ribolla risponde di aver appreso molto recentemente che il titolare di un’impresa di pulizie che fa i lavori presso il centro commerciale Belicittà, imparentato con Matteo Messina Denaro, sembra essere entrato in società con una delle ditte che si occupa di impianti elettrici per il gruppo Grigoli.
“Fin quando non ci renderemo conto di come stanno le cose – ha proseguito il custode giudiziario – sospenderemo i rapporti con questa azienda di impiantistica”.
Il processo è stato aggiornato al prossimo 15 gennaio, data in cui potrebbe essere presente anche il collaboratore di giustizia Calogero Rizzuto di Agrigento.

Per L'isola del 27/12/2009
quindicinale di informazione della provincia di Trapani

lunedì 11 gennaio 2010

Easy Jet. Milano – Palermo, il volo della vergogna.

- Milano Malpensa, 18 dicembre 2009, ore 13,30.
L’aereo del dottor X per Palermo dovrebbe decollare tra poco più di un ora, la pista è pulita. Il dottor X ha appena fatto il ceck-in, raggiungendo il gate e aspetta su una poltroncina di plastica con lo schienale basso, di quelle dove non puoi appoggiare la testa, in modo da mantenerti vigile alle chiamate per l’imbarco o alle variazioni di orario.
Soprattutto alle variazioni d’orario.
Il volo per Palermo delle 14, 35 viene rimandato alle 15,10. Brusio, sms e le solite telefonate ai parenti.
Mezz’ora dopo il monitor viene aggiornato: dalle 15,10 alle 17,10.
La gente rumoreggia, molti protestano. Il dottor X ha da tempo un occhio al suo libro ed un altro al monitor, che dopo un quarto d’ora annuncia la sua ulteriore variazione: 17,50. Gli altri aerei continuano a decollare uno dopo l’altro, ma i passeggeri diretti a Palermo sono ancora in attesa.
Finalmente qualcosa si muove. Alle 17,40 comincia l’imbarco.
Fine dell’incubo.
Si parte.

Tutti prendono posto nelle loro poltrone e ascoltano le assistenti di volo raccomandare di gonfiare il giubbotto di salvataggio solo dopo essere usciti dall’aereo. Ci si muove. Ma poi ci si ferma: devono sbrinare le ali.
Passa ancora mezz’ora.
Poi ci si muove di nuovo.
E ci si riferma. Comincia a nevicare.
I passeggeri, ormai esasperati, aspettano 3 ore all’interno di un aereo che non decolla, poi viene annunciato qualcosa.
Si decolla? No, bisogna scendere.

Il dottor X si ritrova per la prima volta ad aspettare il bagaglio su un nastro trasportatore dell’aeroporto di partenza.
La valigia arriva dopo un’ora, il volo è cancellato, la gente inferocita. Intervengono anche le forze dell’ordine per calmierare gli animi. Qualcuno della compagnia assicura i rimborsi, ma il problema di tutti è come fare per arrivare a destinazione nel più breve tempo possibile, corrosi dal primo giorno di ferie che se ne va e dalle attese dei familiari in Sicilia.
Si formano dei capannelli di gente attorno a chi fornisce delle indicazioni, ma non tutti riescono a sentire quello che dice. I microfoni dell’aeroporto non sono disponibili, la frittata l’ha fatta la compagnia e adesso sono problemi suoi. La neve non c’entra, visto che ha cominciato a nevicare molte ore dopo l’orario di partenza.
Il dottor X sa che adesso comincerà la fase di contenimento del danno. Sa che la compagnia è in grado di sfruttare a proprio vantaggio l’emotività delle persone inferocite. Sa anche che i diritti della gente possono essere dissolti proprio nella soluzione del loro problema più impellente.

In un foglietto attaccato al banco Easy Jet c’è scritto: “Chiedi qui la carta dei diritti del passeggero, è un tuo diritto”. E il dottor X la chiede, ma l’impiegata dice che le copie che erano li sono finite. Dovrebbe andarla a cercare chissà dove e adesso non può perché ha un sacco di cose da fare. Ma lui non si scompone: - “Non si preoccupi, la capisco perfettamente. Io non ho fretta, il mio volo è stato cancellato e non ho nulla da fare fino a domani mattina. Aspetterò tutto il tempo che ci vorrà. -
A questo punto l’impiegata si alza stizzita, va nell’altro ufficio e torna con una copia della carta dei diritti del passeggero. Tenga!
Intanto al banco Easy Jet vengono forniti tre numeri da chiamare per prenotare un volo alternativo. Le prime tre cifre sono sempre le stesse: 899… Sono numeri a pagamento.
Ma non importa. Per tutti l’imperativo principale è raggiungere la destinazione. Però si è fatto tardi. Non ci sono più voli e ai tanti che non sono ancora riusciti a risolvere il problema, viene suggerito di ritornare l’indomani mattina per poter prenotare un volo alternativo.
Molti ritornano a casa, altri scelgono di pernottare in albergo a spese della compagnia. Nel frattempo altri ancora hanno acquistato dei voli alternativi con altre compagnie, chi per Catania, chi per Lamezia Terme, chi per Bari, l’importante è avvicinarsi a Palermo, poi si vedrà, ci vorrà un treno, un bus o un altro aereo. Quasi nessuno ha trovato posto per Palermo in uno dei voli dell’indomani. Tutti esauriti.

Il dottor X ha appena finito di leggere la carta dei diritti del passeggero e il regolamento della Easy Jet, quando fa una telefonata. “Mi controlli se c’è posto sul volo per Palermo delle 14,35 di domani?
Il posto c’è. Gli basta saperlo.
Il tempo passa tra urla e improperi, mentre la gente pian piano defluisce. Sono ormai le due di notte e quando tocca a lui il responsabile gli propone un volo con un'altra compagnia diretto a Catania per l’indomani pomeriggio. Dovrà però pagarselo a tariffa piena e poi “potrà chiedere” il rimborso. Il dottor X risponde lentamente e a bassa voce:
- No. Io ho pagato per un volo da Malpensa a Palermo con Easy Jet. Il volo è stato cancellato e voi dovete farmi arrivare a Palermo, a vostre spese.
- Ma non ci sono posti sui voli Easy Jet per i prossimi tre giorni… – Ribatte il responsabile con voce ancora più bassa.
- E’ un vero peccato per me. Ma anche per voi. Vuol dire che fin quando non troverete la soluzione, sarò costretto a soggiornare allo Starhotels. Credo sia questo l’albergo col quale siete convenzionati…
- Beh, si…è un quattro stelle da 120 euro a notte.
- Che nel mio caso diventerebbero un po’ di più, aggiungendo relativi pranzi e cene. Chissà cosa organizzeranno per il 24 sera…

È a questo punto che l’impiegato “riesce” a trovargli un volo per Palermo per l’indomani pomeriggio. Un volo Easy Jet.
Il dottor X sale sull’autobus che lo porterà allo Starhotels. Riceverà il rimborso del biglietto relativo al volo cancellato e avrà diritto anche ad un risarcimento minimo di 250 euro.
Nell’aereo per Palermo dell’indomani non c’è quasi nessuno degli originari compagni di viaggio.
La compagnia aerea è stata aiutata dall’emotività della gente. Quasi nessuno è andato a leggersi i propri diritti, pretendendone altri che invece avranno poche probabilità di essere garantiti.
Aveva ragione il dottor X. Il danno è stato contenuto.

Chi ne volesse sapere di più, può leggere il regolamento Easy Jet e la carta dei diritti del passeggero.

venerdì 8 gennaio 2010

Caso Di Pisa, ecco cosa aveva detto Salvatore Borsellino

Il procuratore di Marsala, Alberto Di Pisa, ha chiesto un risarcimento danni di 250 mila euro a Salvatore Borsellino, che avrebbe pronunciato parole lesive della sua onorabilità in un incontro pubblico.
“Avrebbe espresso giudizi critici nei confronti del procuratore Di Pisa – si legge in un comunicato Ansa del 7 gennaio - ricordando che era stato accusato di essere il “corvo” di Palermo, ossia l’autore delle lettere anonime circolate nell’ estate del 1988. Di Pisa fu poi assolto ma, secondo Salvatore Borsellino - prosegue l’agenzia di stampa - le valutazioni da lui espresse nei confronti sia del fratello sia di Giovanni Falcone richiamavano alcuni passi degli anonimi. Per questo il magistrato non avrebbe le carte in regola per occupare, secondo Salvatore Borsellino, il posto che fu del fratello”.

Si tratta in realtà dell’Information Day, svoltosi a Marsala il 26 aprile scorso, durante il quale Salvatore Borsellino sottolineò l’inopportunità della figura di Di Pisa a capo della Procura di Marsala, un tempo retta dal fratello Paolo Borsellino. Ma non è affatto vero che, come dice l’Ansa, secondo Salvatore Borsellino, il magistrato non avrebbe le carte in regola per occupare quel posto soltanto perché avrebbe espresso delle valutazioni nei confronti di Falcone e Borsellino che richiamavano alcuni passi degli anonimi. Salvatore Borsellino, premettendo un onestissimo “secondo me”, motivò invece l’inopportunità di Di Pisa con delle argomentazioni molto precise, peraltro di pubblico dominio da anni.

Ecco le parole precise di quella parte di intervento alla base della richiesta di risarcimento:
“Oggi purtroppo questa Procura è retta da una persona che secondo me non è degna”.
“Il Csm avrebbe dovuto fare pulizia al suo interno, non permettendo al giudice Di Pisa di venire a reggere la Procura di Marsala. È assolutamente un’ignominia il fatto che oggi, una persona che è stata sospettata di essere il corvo di Palermo, quindi di aver scritto delle lettere anonime dove sosteneva che Falcone aveva utilizzato Contorno per fare uccidere quelli della famiglia di Riina… cioè una persona che è stata sospettata di questo, ma non solo che è stata sospettata di questo…
Nel Processo di primo grado Di Pisa era stato condannato perché era stato utilizzato il fatto che un’impronta su una lettera del corvo che era pervenuta, che tra l’altro credo che fosse su carta intestata del Ministero della Giustizia o del Ministero dell’Interno, conteneva una sua impronta. L’impronta era stata riconosciuta come impronta di Di Pisa. Nel Processo di secondo grado non si è potuta adoperare questa prova perché è stato detto che era stata prelevata con metodi non canonici, nel senso praticamente che, se ben ricordo, era stato Sica che l’aveva prelevata, offrendo una tazza di caffè al giudice e in questa maniera si era potuto identificare, altrimenti Di Pisa avrebbe dovuto dare volontariamente la propria impronta, cosa che non ha fatto.
Quindi non essendosi potuta utilizzare questa prova, Di Pisa è stato assolto in secondo grado, non solo, ma il Pubblico Ministero ha omesso di fare ricorso in Cassazione e di conseguenza la sentenza è passata in giudicato. Il Pubblico Ministero che ha omesso di fare questo ricorso in Cassazione poi evidentemente ha fatto carriera politica, perché è diventato prima consigliere del Pdl e poi, tramite altri passaggi è diventato sottosegretario alla Giustizia e così via. Allora, anche in questo caso siamo nelle stesse condizioni: una persona non è stata condannata perché non si sono potute adoperare delle prove, però era stato accertato che quell’impronta era di Di Pisa. Allora il Csm avrebbe dovuto fare pulizia al proprio interno e far sì che oggi Di Pisa non sedesse a capo della Procura che era stata di Paolo Borsellino. Invece è quello che è successo
.”

Il punto non è stabilire se queste parole possano essere o no lesive dell'onorabilità del Di Pisa, ma se siano vere oppure no. Purtroppo sono vere. Se poi una persona deve essere punita solo per aver detto la verità, peraltro già nota da tempo, ci ritroveremmo davvero in pieno bavaglio da regime.

domenica 3 gennaio 2010

Spatuzza non è stato smentito. Ecco perchè

Sulla questione Spatuzza-Graviano si sono accumulate svariate opinioni, rischiando però di perdere di vista i fatti. I fatti in questo caso sono composti da dichiarazioni, da nomi e da cognomi.
I Graviano sono quattro fratelli: Benedetto, Filippo, Giuseppe e Nunzia. Ma col termine “fratelli Graviano” si fa però riferimento a Filippo e Giuseppe, i componenti più famigerati della famiglia.
In questo caso è basilare capire chi dei due fratelli ha detto che cosa, dove e quando.
Il 4 dicembre 2009, durante il processo d’appello a Dell’Utri, già condannato in primo grado a 9 anni per “concorso esterno in associazione di tipo mafioso”, Gaspare Spatuzza viene sentito dalla Corte in qualità di imputato di reato connesso e collaboratore di giustizia e dichiara di aver avuto nel ‘93 un colloquio con Giuseppe Graviano a Roma, prima del fallito attentato all’Olimpico contro i Carabinieri.

Aveva una espressione gioiosa…mi disse che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo – dice Spatuzza - Questo anche grazie alla serietà di quelle persone che avevano portato avanti questa storia, che non erano come, scusate il termine, quei quattro crasti dei socialisti, che si erano presi i voti dell’88/89 e poi ci avevano fatto la guerra. E mi ha fatto i nomi di due soggetti: Berlusconi, e qui venni a dire al Graviano se era quello del canale cinque, Graviano mi disse che era quello del canale cinque, aggiungendo che con lui c’è di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri.
Grazie alla serietà di queste persone ci avevamo messo noi praticamente il Paese nelle mani.
A questo punto, visto che si era chiuso tutto e avevamo risolto tutto, cerco di fare leva per una questione mia personalissima, perché noi accusiamo Totuccio Contorno per l’uccisione del papà di Giuseppe Graviano, Michele Graviano, e da Giuseppe Graviano mi è stato riferito che Contorno era responsabile anche della morte di mio fratello Salvatore. Quindi gli dissi: ‘Giuseppe, colpiamo Contorno, una volta che siamo qui e abbiamo chiuso tutto’. Poi Giuseppe Graviano mi disse che l’attentato contro i carabinieri si doveva portare a termine e con questo si doveva dare il colpo di grazia”.
Il Procuratore Generale chiede di chiarire meglio il perché Giuseppe Graviano non diede seguito alla sua richiesta di “colpire” Totuccio Contorno.
E Spatuzza chiarisce:
“Io dissi a Giuseppe Graviano ‘Giusè, colpiamo a Contorno una volta che siamo qua’. Eravamo a Roma, sapevamo dove abitava, sarebbe stata una cosa facile facile, ma lui mi disse che c’era il problema dell’esplosivo, perché doveva essere diverso rispetto a quello che usavamo normalmente e poi qualcun altro si era mosso, uccidendo due carabinieri in Calabria
”.

Nell’udienza dell’11 dicembre 2009, i magistrati vogliono fare qualche domanda a Giuseppe Graviano. Non che si aspettassero granché, perché sanno benissimo qual è la differenza tra un collaboratore di giustizia (uno che parla) e un mafioso irriducibile (che ovviamente non parla).
Giuseppe Graviano è presente in videoconferenza e il giudice gli chiede:
“Cosa vuol fare, vuole rispondere o vuole avvalersi della facoltà di non rispondere?”.
Giuseppe Graviano: “Mi scusi signor presidente, io stamattina ho inviato… ho affidato un manuale… ed è stato inviato alla signoria vostra e lì ho scritto tutto quello che io avevo da dire… Io dico che per il momento non sono in grado di essere sottoposto ad interrogatorio, quando il mio stato di salute me lo permetterà sarò io stesso a informare la signoria vostra, come ho detto ai procuratori di Firenze".
Procuratore Generale: “Si, ma sostanzialmente lei allora cosa ci dice? Si avvale della facoltà di non rispondere?
Giuseppe Graviano: “Si, per il momento io non sono in condizioni… lei avrà letto il manuale che ho inviato stamattina, il mio stato di salute non mi permette per adesso di…”
Procuratore Generale: “Si, l’ho letto, questo è un discorso che sarà valutato se il suo stato di salute non le permette… ma noi prendiamo atto della sua facoltà, la legge le dà facoltà, di non rispondere, quindi lei si avvale, allo stato, di questa facoltà. Ne prendiamo atto e credo che qui chiudiamo, non c’è altro da fare".
Giuseppe Graviano: “La ringrazio, buongiorno”.

Nessuna smentita. Al posto di dire “si, è vero, l’ho detta” oppure “no, non ho mai detto una cosa simile”, Giuseppe Graviano si dilunga sul fatto che il suo stato di salute non gli permette di essere sottoposto ad interrogatorio e che parlerà quando starà meglio.

Spatuzza però, sempre nell’udienza del 4 dicembre, aveva anche dichiarato che nel carcere di Tolmezzo, nel 2004, il fratello Filippo gli aveva detto: “se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”.
È questa la frase che Filippo Graviano, anche lui mafioso irriducibile come il fratello, nell’udienza dell’11 dicembre, nega di aver detto a Spatuzza, dicendo che gli mancavano solo due mesi al fine pena e che non avrebbe avuto motivo di chiedere qualcosa a qualcuno, “non sono il tipo… mi sono lontane queste cose”.

Riassumendo, abbiamo due frasi diverse, dette in momenti diversi, da due fratelli diversi.
La prima la potremmo chiamare “la frase con Berlusconi e Dell’Utri”, detta nel ’93 da Giuseppe Graviano, il quale non smentisce e non conferma, perché dice che parlerà appena starà meglio.
La seconda, “la frase del se non arriva niente da dove deve arrivare”, detta dal fratello Filippo nel 2004, che oggi nega di averla detta.
Oltre alle frasi ci sono le persone:
Gaspare Spatuzza, collaboratore di giustizia;
Giuseppe e Filippo Graviano, mafiosi che non parlano o che negano;
I magistrati, che devono valutare la veridicità di tutte le dichiarazioni, sia dei mafiosi irriducibili che dei collaboratori di giustizia.

Certo, alcuni dicono che non si può dare credito ad uno stragista pluriomicida. Ed è vero. Nessuno gli affiderebbe il figlio per delle lezioni private di latino, ma se si vuol sapere qualcosa di più sulle stragi e sugli omicidi ai quali ha partecipato, è evidente che non si può chiedere al bottegaio sotto casa.
Se Spatuzza dice la verità oppure no, non sarà certo uno dei suoi capi a stabilirlo. Nemmeno a lui affideremmo nostro figlio per le lezioni private.