"L'offesa alla verità sta all'origine della catastrofe." (Sofocle, Edipo re)

venerdì 30 ottobre 2009

Le alghe di Selinunte finiscono in Procura



I fatti

Le alghe marce, chiuse da più di cinque mesi nelle acque del porto, stavano per essere smaltite direttamente in mare. Ormai, partendo dal fondo, avevano formato una sorta di isola compatta che occupava la metà dello specchio d’acqua del porto, sulla quale si poteva camminare sopra.
È ad aprile scorso che, durante le operazioni di bonifica, i cingolati avevano cominciato a lanciare al di là del molo quello che ormai si presentava come una melma nera, a pochi metri dalla spiaggia attigua, quando è intervenuta l’Arpa (Agenzia Regionale Protezione Ambiente) di Trapani.
Ma qualche giorno dopo, il quotidiano La Sicilia scrive che l’Arpa consiglia di lasciare le alghe in mare, mentre il Giornale di Sicilia parla di “smaltimento secondo norma”, riportando alcune dichiarazioni dell’ingegnere del Comune, Giuseppe Taddeo: “Ci rendiamo conto che queste alghe devono restare a mare in quanto costituiscono un deterrente al fenomeno dell’erosione delle coste. Se continuassimo a levare le foglie di posidonia sicuramente creeremmo un danno ambientale”.
Oggi emerge che l’Arpa, in realtà, non solo aveva diffidato i responsabili dei lavori del Comune a non proseguire con lo sversamento in mare ma, attraverso le proprie funzioni di polizia giudiziaria, aveva già trasmesso alla Procura di Marsala la notizia di reato per smaltimento illecito di rifiuti.

Le spiegazioni dell’Arpa

Abbiamo incontrato il dottor Domenico Trapani, della sezione acque dell’Arpa, presente al momento del controllo.

Ci può spiegare cosa è successo a Selinunte, lo scorso mese di aprile?
Il 9 aprile siamo intervenuti a seguito di una segnalazione. Stavano smaltendo le alghe direttamente in mare. Arrivati sul posto, oltre che a verificarne le evidenti tracce, abbiamo avuto anche l’ammissione dei geometri del Comune, responsabili dei lavori, che però si sono giustificati dicendo che hanno dovuto farlo per liberare alcune barche incagliate tra le alghe.

Quindi non avevano in programma di ributtare tutte le alghe in mare?
Questo è quello che affermano loro, poi sarà l’autorità giudiziaria a fare le giuste valutazioni. In ogni caso, anche se si fosse davvero trattato di liberare le barche, mi sembra evidente che questa melma non poteva essere presa e lanciata in mare senza alcuna autorizzazione.

E le indicazioni dell’Arpa riportate dai giornali? Qualche giorno dopo si leggeva su La Sicilia che voi avevate consigliato di lasciare le alghe in mare.
Non è vero. Noi non abbiamo fornito alcuna indicazione. Ci siamo limitati a ravvisare l’esistenza di un reato, comunicandolo alla Procura. Tutto qui. Poi, è evidente che non si può impedire alle alghe di tornare in mare spontaneamente, senza la mano dell’uomo.
Al momento del nostro intervento stava per essere realizzato anche un varco nel molo, in modo da poter creare una corrente per evitare in futuro accumuli così consistenti.
Se, in seguito a quell’apertura, le foglie di posidonia fossero uscite in modo naturale, non avremmo potuto ravvisare alcun reato. Dire questo non significa certo consigliare di non raccogliere le alghe.

Però il Giornale di Sicilia ha parlato di “smaltimento secondo norma”. E l’ingegnere Taddeo del Comune di Castelvetrano ha dichiarato che se si togliessero le alghe si produrrebbe un danno ambientale, per via dell’erosione delle coste. È così?
Beh, se lo smaltimento fosse davvero avvenuto secondo norma, l’Arpa non avrebbe avuto alcun motivo per comunicare alla procura il reato di smaltimento illecito di rifiuti. Si tratta di un rifiuto che ha anche un codice ben preciso: il 200201.
Insomma, qualsiasi spostamento innaturale delle alghe deve necessariamente essere autorizzato. Poi è possibile anche lasciare le alghe spiaggiate in loco contro l’erosione delle coste, ma è evidente che questa possibilità non riguarda il caso in questione. Le dirò di più, una circolare del Dipartimento Regionale Territorio e Ambiente, dello scorso 8 maggio, non fa che confermare la correttezza del nostro intervento. Infatti, anche nel caso di spostamento temporaneo, la circolare prescrive che bisogna procedere alla rimozione di eventuali rifiuti di origine antropica (plastica, vetro, alluminio, etc.) presenti all’interno della banquette, che dovranno essere smaltiti secondo la normativa vigente. E comunque sempre con le necessarie autorizzazioni.


La Bonifica e il Varco

In un porticciolo, frequentato da pescatori, turisti, residenti e villeggianti, dove non c’è l’ombra di un cestino, è molto probabile che mischiata alle alghe ci sia stata anche una considerevole quantità di rifiuti “antropici”, così come li chiama l’Arpa. Questa consapevolezza, insieme alle percezioni visive ed olfattive di tanti cittadini, può darci un’idea sulla natura di quella melma che soltanto con grande sforzo poteva essere ancora chiamata “posidonia”.
Anche lo stesso sindaco di Castelvetrano, Gianni Pompeo, in un'ordinanza del 2007 aveva correttamente assimilato le alghe asportate ai rifiuti solidi urbani, da trasportare in discarica autorizzata.
Ma prima della stagione estiva 2009, dopo più di quattro mesi di porto intasato, il vicesindaco Francesco Calcara firma l’affidamento dei lavori, con procedimento d’urgenza, incaricando l’impresa Durante S.r.l. per “l’esecuzione dei lavori di allontanamento e sgombero delle alghe depositate all’interno del porto di Marinella di Selinunte, facendo ricorso – si legge nella disposizione – all’uso di un’apposita chiatta galleggiante e di un adeguato escavatore compreso operatori, il tutto per un importo complessivo di 40mila euro”.
Pochi, rispetto ai 75mila euro del 2008. Come mai?

La chiatta, l’escavatore e gli operatori c’erano anche l’anno scorso, quelli che mancano sono i camion per il trasferimento del materiale in discarica. Tutto è racchiuso nella parola “allontanamento”, dalla quale si potrebbe dedurre che nei piani del Comune non c’era l’asportazione delle alghe e il loro smaltimento in discarica autorizzata (come invece specificato nella delibera di giunta dello scorso anno) ma, con ogni probabilità, il più economico sversamento in mare aperto, dove non occorrono camion e non bisogna pagare la discarica.
Operazione possibile solo in casi eccezionali e con le necessarie autorizzazioni, certamente diverse da quelle relative alla realizzazione del varco nel molo, costruito per creare una corrente attraverso la quale impedire il ristagno delle alghe fresche dentro lo specchio d’acqua e costato 86mila euro.

A conti fatti, tra varco e bonifica, sono stati spesi 161mila euro, senza però prevedere il trasporto del materiale inquinante in discarica. Dopo l’intervento dell’Arpa però si è comunque fatto ricorso all’uso dei camion e le “foglie di posidonia”, ormai arricchite da tante altre componenti molto meno naturali, sono state portate via su gomma.
Dopo la fine dei lavori però, in alcune zone del porto, si vedevano ancora masse di alghe appena 40 centimetri sotto il pelo dell’acqua. Accumuli che dopo l’estate, nonostante il varco, sono rimasti dov’erano.
Intanto dall’Arpa di Trapani, il dottor Antonio Carruba, responsabile del settore acqua, aggiunge che in quel caso sarebbe stato più opportuno prima bonificare lo specchio d’acqua, portando a discarica autorizzata la melma, e soltanto dopo realizzare il varco nel molo.

Per l'Isola (quindicinale di informazione per la provincia di Trapani)

lunedì 5 ottobre 2009

A chi dà fastidio il libro su Pino Veneziano?

La lotta di classe è sulu di li scarsi!”.
Questo è il pensiero che il cantastorie selinuntino Pino Veneziano aveva scritto sulla copia del suo disco “Lu patruni è suvecchiu!” per un ricco ingegnere con la tessera del Pci, che gli aveva chiesto una dedica.
Almeno è quello che troviamo a pag 33 del libro curato da Rocco Pollina e Umberto Leone, edito da Coppola, dal titolo "Di questa terra facciamone un giardino".

Fantasie? Leggende metropolitane? Nient’affatto. A confermare l’episodio è lo stesso ingegnere, che dalle pagine di un periodico locale, ammette di averlo riferito personalmente ad uno degli autori del libro cd, tributo a Pino Veneziano.
Ed è proprio ad Umberto Leone, autore del capitolo del libro dove è descritto l’episodio, che l’ingegnere si rivolge, utilizzando come bacheca la pagina delle lettere al direttore, gentilmente concessa dal responsabile della rivista locale.
L’ingegnere, rivelando la propria identità, non sembra d’accordo col pensiero del cantautore Selinuntino impresso nella sua copia del disco e, pur riconoscendo la propria appartenenza alla ricca borghesia, scrive che non è vero che “la lotta di classe è sulu di li scarsi” ma che “si è da sempre dimostrato il contrario”, portando anche l’esempio della rivoluzione francese, alla faccia dell’enorme massa di contadini e operai che nella Francia del 1789 facevano parte del Terzo Stato.
Che allora la lotta di classe sia “sulu di li ricchi”? Misteri di un revisionismo storico curiosamente creativo.

Nel libro di Rocco Pollina e Umberto Leone si legge anche che molti anni dopo il curioso episodio della dedica, il ricco ingegnere si trovò a sostenere un candidato di Alleanza Nazionale.
Il nome dell’ingegnere del libro è Giovanni Santangelo e nella sua lettera cerca di chiarire anche questa faccenda, dicendo che “quel tal candidato non aveva e non ha bisogno di voci altrui per farsi sentire”, ma non rivelando se lui l’avesse sostenuto oppure no.
Ma chi era questo candidato?
Pare si trattasse dell’avvocato Giuseppe Bongiorno che, eletto al Senato della Repubblica nel 2001, evidentemente era riuscito a catalizzare anche l’attenzione di quell’elettorato disposto ancora a tenere in tasca una vecchia tessera del Pci e in mano una matita copiativa per segnare il simbolo di Alleanza nazionale. Insomma, la solita storia del voto al paesano, anche se del partito opposto.

Nella sua lettera però, l’ingegnere in questione, oltre a non entrare nel merito del cambiamento di rotta delle sue simpatie politiche (per carità, il voto è segreto), gioca all’attacco, scrivendo che “quel tal candidato di A.N.” è lo stesso che permise ad Umberto Leone di partecipare alle esposizioni di alcune fiere tra cui una - se non ricorda male - a Verona.
Se fosse vero, sarebbe interessante capire anche in che cosa possa essere consistito questo permesso, che requisiti avrebbero dovuto avere i potenziali espositori e quanti di questi siano stati favoriti da “quel tal candidato”. E’ evidente che solo dopo aver chiarito l’esistenza di questo presunto sistema, potrebbe avere senso parlare di coloro che ne avrebbero tratto beneficio.

Chi lo sa. Certo è che l’ingegnere, nella sua lettera, fa un po’ di confusione, quando per esempio scambia le firme a sostegno dell’appello per la salvaguardia e il rispetto del territorio di Selinunte, per delle firme a sostegno del libro.
Con tutto il rispetto per gli autori, è probabile che se non avesse contenuto l’appello, difficilmente il testo sarebbe stato sottoscritto da persone del calibro di Andrea Camilleri, Giuseppe Tornatore, Leo Gullotta, ma anche Corrado Stajano, Arnaldo Pomodoro, Marco Travaglio e tanti altri, che hanno messo il proprio nome per difendere una Selinunte “offesa dal tentativo di cementificazione incombente, (che) reclama il diritto a essere quel che è: un’oasi di pace e di cultura. Una Selinunte – si legge nel testo dell’appello - che potrebbe diventare coro, se unita alle altre voci della Sicilia che ne difendono il territorio violato dalle mafie e dai palazzinari”.

A questo punto ciò che colpisce è la quasi inesistenza dell’appello sui media locali. Fino ad oggi, radio, tv e giornali, non hanno dato molto spazio al testo dell’appello, come se la città non volesse parlare né del pericolo di cementificazione che incombe su Selinunte, né di una Sicilia violata dalle mafie e dai palazzinari. Addirittura, in una trasmissione radio dell’agosto scorso, è stato possibile parlare del libro-cd senza far conoscere né l’appello, né coloro che lo hanno sottoscritto. Curiosamente, nella stessa trasmissione, non è stato proferito neanche il titolo del libro, “Di questa terra facciamone un giardino”, ripiegando invece su qualcosa di molto meno scomodo come il sottotitolo: Tributo a Pino Veneziano.
Chi veniva intervistato in nome dell’associazione si è lasciato sfuggire questi macroscopici particolari? O piuttosto si è trovato invischiato in un faticoso compromesso da auto-censura per evitare che del premio Pino Veneziano 2009 non si parlasse affatto?
Insomma, siamo sicuri che questo libro abbia dato fastidio solo al ricco ingegnere con la tessera del Pci?

martedì 29 settembre 2009

Scoperto un lager di cani nelle campagne alcamesi

Se si pensa che vivere in una piccola gabbia di ferro, senz’acqua, con una ciotola di latte rancido macchiato di verde e carne putrida ripiena di insetti, sia per un cane la peggiore delle condizioni possibili, ci si può anche sbagliare. C’è di peggio.
Soprattutto se la gabbia è tenuta sollevata dal terreno e anche la base altro non è che una rete di ferro. Una rete sulla quale c’è qualche pezzo di legno dove il cane tenta di poggiare le zampe per evitare che scivolino giù, impigliandosi tra le maglie.
Certo è difficile capire se sia andata peggio a lui oppure ad un altro cane poco lontano, legato al collo con una catena cortissima e costretto a dormire sui propri escrementi che hanno ormai saturato abbondantemente il poco spazio disponibile.

Purtroppo però questa è solo la punta dell’iceberg rispetto all’inferno che è stato scoperto in una zona tra le campagne alcamesi, dove sono stati trovati più di 10 cani, in maggioranza incroci di razza pitbull, lasciati in uno stato pietoso e con evidenti segni di maltrattamento.
Ad accorgersi della presenza del lager sono stati alcuni turisti che hanno avvertito le associazioni animaliste. Delegazioni della sezione provinciale della Lega Italiana Diritti Animali, dell’ Organizzazione Internazionale Protezione Animali e della Lega Animalisti Italiani Castelvetrano, hanno fatto un sopralluogo ed è scattata subito la denuncia alla stazione dei Carabinieri di Alcamo che, guidati dal Maresciallo Giuseppe Balducci, sono prontamente intervenuti, rendendosi subito conto dello stato in cui si trovavano gli animali. I carabinieri hanno poi fotografato uno ad uno tutti i cani, verbalizzando con attenzione le loro condizioni e, attraverso la consulenza di un geometra, sono riusciti a risalire al proprietario del terreno, un quarantenne che è stato interrogato nella caserma di Alcamo e del quale i militari non hanno ancora fornito le generalità.

Al momento non si sa se gli animali, risultati sprovvisti di microchip, fossero appartenuti tutti al proprietario del terreno e per quale motivo si trovassero lì. Certo è che, a parte quelli di grossa taglia che date le ferite riportate potrebbero essere stati impiegati nei combattimenti, erano presenti anche cani più piccoli, sempre in gabbie anguste e in pessime condizioni. In tutta la Sicilia però non si è trovata una sola struttura che abbia posto per ospitarli. La prima disponibile pare si trovi in Calabria, convenzionata col servizio pubblico.
Dal canto loro, le associazioni animaliste hanno comunicato con decisione che si informeranno sul loro stato di salute, monitorandoli attraverso le associazioni di riferimento del luogo.

E’ difficile dimenticare gli sguardi di quei cani e i loro guaiti mentre ci allontanavamo da quel lager verso la caserma dei carabinieri – riferiscono gli animalisti, visibilmente scossi – è un’enorme tristezza che non può essere resa da nessuna fotografia”.







domenica 27 settembre 2009

Roma, 26 settembre. Un'agenda rossa per resistere

Quasi duemila manifestanti hanno sfilato per le vie di Roma raggiungendo Piazza Navona.
Paolo vive!”, “fuori la mafia dallo Stato!”, “fuori Mancino dal Csm!”, sono stati alcuni degli slogan che hanno fatto da sottofondo al rosso delle agende sollevate in alto dai partecipanti, in ricordo dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, sparita dopo la strage del 1992 a Palermo.
Una manifestazione organizzata da Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso, supportata da tanta gente comune ed un palco a disposizione di tutti.
Sono intervenuti in tanti per dire la propria sulla ricerca di una verità che è strettamente collegata al futuro del Paese, da Giulio Cavalli a Mario Recchia, organizzatore del meetup di Beppe Grillo di Roma.

Marco Travaglio, in collegamento telefonico, si chiede perché Berlusconi abbia percepito le indagini sulle stragi di mafia del ’92 e ’93 come cospirazione nei suoi confronti, “c’è forse un nesso tra lui e le stragi?”. Travaglio sottolinea inoltre come il controllo del Governo sulle trasmissioni televisive sia ancora più grave dell’editto bulgaro e “tutto perché ad Annozero è stato mostrato agli italiani ciò che all’estero sanno da tre mesi”.
Beppe Grillo, sempre telefonicamente, mette invece l’accento sul comportamento di coloro che avrebbero dovuto provvedere al transennamento di via D’amelio e non l’hanno fatto: “Sono colpevoli come chi ha messo l’esplosivo”.

Anna petrozzi, di Antimafiaduemila, sembra centrare il problema parlando della necessità di informarsi, per creare quella consapevolezza che non si affievolisce come l’emozione.
Brevi ma significativi anche gli interventi di Di Pietro, Sonia Alfano e Luigi De Magistris.
Il primo mette in risalto che il conflitto di interessi non è solo quello di Berlusconi: “Il vero conflitto di interessi sta dentro il Parlamento, dove una marea di persone cerca di fare i propri interessi, facendosi al mattino le leggi che gli serviranno il pomeriggio”. Parla anche dello scudo fiscale: “Sono soldi di provenienza illecita che il parlamento trasforma in reinvestimento. Chi approverà quella legge farà un’azione criminale”.

Sonia Alfano invece racconta di aver chiesto solidarietà a Napolitano, che però ha risposto: “Io non partecipo alle manifestazioni di partito”. Dal palco di piazza Navona l’eurodeputata indipendente dell’Idv non raccoglie l’invito fatto in precedenza dal Presidente della Repubblica a non portare in Europa le beghe interne del nostro Paese: “Se non avesse firmato il Lodo – dice Sonia Alfano - forse non saremmo arrivati a questo punto” e chiede a Napolitano almeno di tutelare quei magistrati che stanno indagando per fare luce sulle stragi del ’92 e ’93, come sicuramente avrebbe fatto Pertini.
Luigi De Magistris non esita a comunicare al Paese che per lui il suo programma politico è l’agenda rossa di Salvatore Borsellino: “Avete mai visto 15 secondi di Salvatore Borsellino nelle tv? Mai. Almeno in Europa ci ascoltano. Noi saremo lo strumento per chi in questo Paese ha sete di giustizia. E non ci fermeremo mai”.
Carlo Vulpio mette l’accento sulle responsabilità del Csm e di parte della magistratura per l’isolamento di Clementina Forleo e di Desirè di Geronimo, attaccata violentemente da Niki Vendola perché sta indagando su politici amici suoi.

Sale sul palco anche una ragazza di 14 anni, Cecilia, che dice di voler rimanere nel suo Paese, ma non a queste condizioni, senza libertà e democrazia. Mentre Martina, poco più grande, dopo aver conosciuto la storia di Paolo Borsellino, annuncia con grinta che farà il magistrato.
La piazza poi ascolta con molta attenzione le parole di Gioacchino Genchi che, col tricolore in una mano e un’agenda rossa nell’altra, parla dei sapienti tagli fatti alle intercettazioni, alla scuola e alle forze dell’ordine, che di fatto hanno indebolito la cultura della legalità e favorito la criminalità mafiosa.
Chiudono la manifestazione le parole di Salvatore Borsellino:
Ho il cuore pieno di gioia e sono contento che oggi ci siano così tante persone a ridarmi la speranza. Anche se io non ci sarò, sono sicuro che i giovani vedranno questa giustizia che io non potrò vedere… Io non posso pensare che mio fratello possa essere morto per un Paese che non è più retto dalla Costituzione. Un Paese in cui le leggi si fanno nella sala da pranzo di Arcore, o in altre camere di palazzo Grazioli. Io chiamo tutti voi a cambiare questa Italia di oggi e giuro che sarò sempre vicino a questi ragazzi per gridare insieme a loro verità e giustizia”.

Domani – continua Salvatore Borsellino - scriveranno che mi sono fatto strumentalizzare da Di Pietro. No. Sono io che sono venuto a strumentalizzare Di Pietro. E dico ad Antonio di liberare il suo partito da quelle scorie che ancora ci sono”.
Il fratello del giudice Borsellino dice di non dimenticare che nell’Idv c’è Leoluca Orlando, che era un amico di Paolo e ricorda anche che “era stato preparato un attentato per Paolo e per Di Pietro. Vorrà dire qualcosa?”.
Poi, parlando di Napolitano, dice che un presidente che firma il lodo Alfano di certo non sta difendendo la Costituzione e spera che non firmerà la legge sullo scudo fiscale, in realtà un riciclaggio di Stato. “Se lo Farà – aggiunge – io non so se potrò più chiamarlo Presidente”.
Tre parole, gridate da un Salvatore Borsellino visibilmente affaticato ma felice per il buon esito della manifestazione, chiudono la serata: resistere, resistere, resistere.
Sono le stesse parole che pronunciò Francesco Saverio Borrelli nel 2002, inaugurando l’anno giudiziario. Parole che, dopo quasi sette anni, si ripropongono come una nuova irrinunciabile linea del Piave.

giovedì 24 settembre 2009

L'agenda rossa, a Roma il 26 settembre

"A Paolo Palermo non piaceva, ma imparò ad amarla per poterla cambiare e per la sua città e per l'Italia tutta ha sacrificato la sua vita.
A noi questa Italia che a 17 anni dal suo sacrificio non ha ancora ne' saputo ne' voluto trovare i veri responsabili di quella strage, non piace, ma la amiamo profondamente e vogliamo che il sogno di Paolo si realizzi, vogliamo sentire quel fresco profumo di libertà per cui Paolo e suoi ragazzi sono andati coscientemente incontro alla morte e non quel puzzo di compromesso morale, di indifferenza, di contiguità e di complicità che oggi ammorba il nostro paese".

Così si esprime Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso in via D’Amelio nella strage del ’92, in una lettera scritta insieme ai giovani delle agende rosse.
Il colore non è politico, il rosso è quello della copertina dell’agenda del giudice, sparita il giorno della strage e ancora non ritrovata. È il colore di quelle agende che si sono moltiplicate nelle mani di tanti cittadini che, sollevandola in alto, hanno chiesto giustizia e verità. Sono le stesse agende che il 18 luglio scorso, con sudore e rabbia, hanno scalato il Monte Pellegrino fino al Castello Utveggio, dove si presume sia partito il segnale per far esplodere l’ordigno di via D’Amelio. Da allora il fiume delle agende rosse sembra essersi ingrossato e il 26 settembre lo si vedrà scorrere per le vie di Roma.

È proprio Salvatore Borsellino ad organizzare la manifestazione. Una persona per bene che da tempo chiede verità e giustizia per coloro che sono morti per difendere l’Italia dal cancro della mafia e del malaffare.
E oggi in molti hanno condiviso questa lotta che coinvolge tutta quell’Italia che si sente lontana dall’indifferenza che per molti anni ha attraversato il nostro paese.
Tante persone comuni ma anche giornalisti, scrittori, artisti e leader politici hanno aderito alla manifestazione. Lo hanno fatto Sonia Alfano, Marco Travaglio, Gioacchino Genchi, Giulio Cavalli, Beppe Lumia, Pino Masciari, Benny Calasanzio, Luigi de Magistris, Gianni Lannes e anche Antonio Di Pietro che, condividendo pienamente l’iniziativa, si è offerto anche per sostenere in parte gli oneri economici della manifestazione, che rimane comunque di carattere spontaneo e popolare.

Ma se i mandanti occulti della strage siedono ancora sugli scranni del potere, non è difficile immaginare le reazioni di quei giornali e televisioni che al potere sono indubbiamente collegati.
Già dall’indomani della manifestazione, non sarebbe difficile trovare titoli del tipo “E Tonino paga la sua marcia su Roma”, oppure “L’antiberlusconismo dei professionisti dell’antimafia”.
Le tecniche per disinformare sono tante e certi direttori le conoscono molto bene.
Non ci vuole molto, basta un servizio su Rai Uno dove chirurgicamente venga estrapolata una frase dal contesto ed ecco che possono essere costruite offese alle alte cariche dello Stato e attacchi alla giustizia, un po’ come è stato fatto per piazza Farnese.

Purtroppo, più che la stampa, quello che conta in Italia è la televisione. Perché non è con i giornali che la maggior parte degli italiani si informa. Le cose che la gente sa, le ha sentite dalla tv, dove il monopolio, a parte quei pochi “farabutti” di “Report” e “Annozero”, è praticamente assoluto.
E dato che a detenere quel monopolio è un politico, il gioco è fatto.
E’ per questo che forse, per capire bene che cosa sarà il prossimo 26 settembre, occorrerebbe esserci, parlare con la gente, percepirne l’atmosfera, la rabbia, la voglia di cambiamento e di giustizia. Parteciperanno in tanti da tutta l’Italia e molti seguiranno l’evento dal web. Sempre più persone, oltre a chiedere giustizia, avranno così la possibilità di confrontare ciò che hanno visto e sentito in quella giornata con quello che verrà riportato da certa tv. Sempre più persone si renderanno conto di come può essere trasformata la realtà. La propria realtà che, come spesso accade, viene ritrovata quasi per intero, senza tagli e sapienti montaggi, sulla rete.

Clicca QUI per il calendario della manifestazione

venerdì 18 settembre 2009

L'unità, Berlusconi e il San Raffaele di don Verzè

E il premier querela l'Unità.
2 milioni di euro che, in caso di vincita, devolverà all'ospedale San Raffaele di Milano.
A Berlusconi non è andato giù che si scrivesse delle sue frequentazioni con la escort Patrizia D'addario, non è andato giù che si fossero messi in discussione i suoi rapporti col Vaticano e non è andato giù di essere anche solo sospettato di controllare l'informazione in Italia.
Ma forse, più di tutte, lo hanno fatto inviperire le battute sull'impotenza sessuale.
"Affermazioni false e lesive dell'onore del premier - spiega il suo legale - presentando l'on. Berlusconi come soggetto che di certo non è, ossia come una persona con problemi di erezione".

Sembrerebbe quindi che la sinistra se ne inventi una più del diavolo, salvo scoprire che il diavolo queste cose le aveva già scritte su Libero lo scorso 19 giugno a proposito del caso Noemi: "Il Cavaliere è accusato di fare ciò che dubito possa fare: dedicarsi a una sfrenata attività sessuale. Fantasie. Frequento da alcuni anni gli urologi. Questioni di prostata, data l’età".
Il diavolo in questione è Vittorio Feltri, oggi passato alla direzione del Giornale di Berlusconi e mai querelato dal presidente del consiglio.

Due pesi e due misure? Chi può dirlo.
Ma forse al Berlusca i pesi lo preoccupano poco. A lui interessano di più le misure e come mantenerle.
E siccome è risaputo che il viagra può essere molto utile per coloro che hanno subito un intervento alla prostata, ecco che forse può essere sfatato il pregiudizio secondo cui Silvio vuol fare sempre la parte del superman a letto. Insomma, nel suo caso non si tratterebbe di farmaci per aumentare le prestazioni, ma più semplicemente per riportarle ad un livello simile al periodo pre-intervento.
Certo, se si esagera, poi ci tocca sentire la D'addario dire che il presidente è un toro, confermando per altro le pubbliche dichiarazioni di Silvio sulla sua attività notturna divisa in tre ore di sonno e tre ore di sesso e via ciarpando.

Ma perchè, in caso di vincita, Berlusconi devolverebbe i 2 milioni proprio al San Raffaele di Milano?
E' in quell'ospedale che nel '96 Berlusconi fu operato di prostata, ma i motivi della riconoscenza affonderebbero le proprie radici in un periodo molto antecedente: il 1970.
Proprio in quegli anni, parallelamente all'edificazione di Milano 2, nella stessa zona don Luigi verzè aveva realizzato l'Ospedale San Raffaele, ma ben presto i due si accorsero di avere un problema in comune: il rombo degli arei del vicino areoporto di Linate. Quel rumore, oltre ad assordare i futuri degenti del moderno ospedale, avrebbe ridotto il valore degli immobili della nuova città di Berlusconi. Lo slogan commerciale di Milano 2, "Un'oasi di pace ai confini della città", sarebbe diventato davvero poco credibile.
Tra mazzette e imbrogli vari, questo problema portò alla condanna del direttore generale di Civilavia, per avere arbitrariamente modificato le rotte dei voli di Linate, alle accuse di abuso d'ufficio, omissione d'atti d'ufficio e corruzione per vari personaggi, come il sindaco di Segrate e l'assessore all'ecologia. E nel 1977 lo stesso don Verzè venne riconosciuto colpevole di "istigazione alla corruzione", anche se tra rinvii e prescrizioni le condanne definitive non arrivarono più per nessuno.

Oggi, a quasi 40 anni di distanza, l'imprenditore del consiglio non dimentica neanche quelli che trasversalmente lo hanno appoggiato nella costruzione del suo impero, figuriamoci quelli che lo hanno sostenuto in modo più diretto. Il problema è che forse ha promesso troppo a troppe persone, magari al di là delle proprie possibilità. Cosa succederà quando Berlusconi non riuscirà più a pagare questa sorta di mutuo?