"L'offesa alla verità sta all'origine della catastrofe." (Sofocle, Edipo re)

sabato 14 novembre 2009

Selinunte risparmiata dalla crisi?

L’estate selinuntina è ormai trascorsa da tempo e sembra che la gente abbia notato il minore afflusso turistico.
A fronte di un calo del turismo registrato in tutta l’isola, ha destato quindi un po’ di meraviglia l’articolo del Giornale di Sicilia, uscito un po’ di tempo fa dal titolo “Turisti in aumento, Selinunte non conosce crisi”, in cui i “dati”, forniti dal responsabile di un albergo e dal proprietario di un agriturismo, parlerebbero addirittura di un aumento delle presenze turistiche del 20% rispetto allo scorso anno e di un incremento di turisti stranieri.
Nell’articolo, il motore principale di questa positiva controtendenza viene attribuito all’aeroporto di Birgi. Infatti dalle interviste dei due operatori turistici e di Vicio Sole, presidente regionale di Confindustria Sicilia Alberghi e Turismo, emerge il ruolo basilare dell’aeroporto e naturalmente l’auspicato potenziamento per “mantenere il trend di crescita”, strettamente legato alla politica e ai finanziamenti.

L’aeroporto, recentemente ristrutturato dall’Airgest, con circa 16 milioni di euro, sottoscrivendo la convenzione con l’Enac e la Regione Siciliana, ha lasciato tutti molto soddisfatti, soprattutto
Mimmo Turano, presidente della Provincia, socio di maggioranza della società, il cui portavoce è proprio l’autore dell’articolo, Filippo Siragusa. Il giornalista viene però criticato su un periodico locale dal vicesindaco di Castelvetrano, Francesco Saverio Calcara, per non aver parlato dell’apporto del Comune ad un’estate Selinuntina fatta anche di concerti, teatro, cinema e fuochi d’artificio e per aver taciuto le carenze di matrice provinciale sulle relative manutenzioni di competenza.
Una cosa è certa: di questo boom turistico, selinuntini e castelvetranesi non sembra se ne siano accorti e l’impressione è che forse si sia fatta un po’ di confusione con i visitatori del parco archeologico che non corrispondono certo al numero di turisti presenti nelle strutture ricettive, visto l’elevato numero di autobus che si fermano davanti al parco giusto il tempo di una visita per poi riprendere il loro viaggio intorno alla Sicilia.

Ma anche quando si ammettesse che davvero gli alberghi avessero visto un incremento del 20%, ci sarebbe da chiedersi, in assenza di eventi particolari e al di là dei fuochi d’artificio delle domeniche d’agosto, quanti albergatori abbiano scelto di far vivere Selinunte ai propri clienti e se ci sia stato un altrettanto aumento nel fatturato di negozianti, bar e ristoranti della borgata. Per una statistica, vista anche l’esiguità del numero delle attività commerciali, non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di costruire un campione rappresentativo: si sarebbe potuto fare in poco tempo un vero e proprio censimento. Chissà se il malcontento di negozianti e ristoratori sarebbe saltato fuori.
A meno che non si voglia ammettere l’esistenza di due realtà: una Selinunte degli alberghi (più o meno attrezzati per la soddisfazione del cliente) e una Selinunte borgata, che fa fatica a brillare di luce propria, senza l’artificio dei fuochi. Ma che non conosca crisi grazie all’aeroporto di Birgi, ci sembra davvero una forzatura.

Egidio Morici
per L'isola (quindicinale di informazione della provincia di Trapani)

mercoledì 11 novembre 2009

Separazione delle carriere, ecco chi ci guadagna

Perchè si vogliono separare le carriere?
La risposta è quasi sempre la stessa: perché il ruolo della pubblica accusa e quello del giudice non possono essere intercambiabili.
Ma alla base dell’equivoco c’è il termine “accusa” che viene simmetricamente contrapposto ad un altro, “la difesa”, mentre il giudice è considerata la sola istituzione giudicante.
Il ruolo del pubblico ministero però non si limita certo a sostenere l’accusa, a differenza invece dell’avvocato difensore che sostiene appunto la difesa.
Da sempre siamo abituati a vedere in tv (e non solo) il classico processo in cui, dopo la parola dell’accusa e quella della difesa, con le relative fasi dibattimentali, il giudice valuta ed emette una sentenza.
Ma siamo sicuri che il pubblico ministero e l’avvocato della difesa siano sullo stesso piano?
Se lo fossero davvero, vorrebbe dire che entrambi sarebbero chiamati ad occuparsi di un imputato che si trova davanti al giudice per aver commesso un reato (o presunto tale). L’uno focalizzerebbe il proprio impegno sulla difesa e l’altro sull’accusa.
Ma come ha fatto l’indagato a ritrovarsi davanti al giudice? Chi ha indagato su di lui prima che finisse davanti alla corte?

Forse è meglio partire da un esempio concreto.
Mettiamo che la mia auto vada in fiamme durante la notte ed io il giorno dopo, rivedendo le registrazioni di una telecamera di sorveglianza, mi accorgo di un tizio che armeggia intorno alla macchina, versa del liquido e lancia un cerino. Magari lo riconosco dal giubbotto che porta, per averlo visto salire il giorno prima su una particolare auto sportiva, decisamente poco diffusa nella mia città.
Dopo aver denunciato la cosa agli organi competenti e aver fornito loro alcuni elementi a suffragio dei miei sospetti, il tutto va a finire sul tavolo del PM.

Il PM riorganizza le prove da me fornite, ne raccoglie delle altre, si serve delle forze dell’ordine per eventuali interrogatori, cerca testimonianze, con lo scopo di ricostruire e di accertare ciò che è successo. Per esempio potrebbe rintracciare egli stesso il tipo col giubbotto, interrogarlo per valutare il suo eventuale alibi e magari scagionarlo (non si può essere identificati solo attraverso un giubbotto).
Alla fine, in base agli elementi di prova, il PM valuterà se l’indagato è innocente, e allora chiederà egli stesso al GIP l’archiviazione, oppure, se è colpevole, deciderà il rinvio a giudizio. Rinvio a giudizio che può passare nuovamente dal vaglio del GIP, proprio a maggiore garanzia dell’imputato.

A questo punto diventa chiaro che il compito del PM non è solo quello di rappresentare l’accusa in un processo, ma soprattutto di ricostruire la verità e decidere (giudicare) se l’indagato deve essere sottoposto a processo oppure no. Insomma, è lì per raccogliere elementi, testimonianze, valutare e tirare le somme. A conti fatti quindi fa più o meno le stesse cose che fa il giudice (almeno come approccio).
Nel caso della mia macchina in fiamme poi, se dovesse riconoscere che il tipo col giubbotto non c’entra niente, cercherebbe altrove il responsabile. In ogni caso io non lo pagherò per il suo lavoro, come invece farà (se può permetterselo) il potenziale attentatore col suo avvocato. Al massimo io pagherò (se posso permettermelo) un altro avvocato, cosiddetto di “parte civile”, per chiedere un risarcimento del danno.

Qualcuno ha anche detto: è bene separare le carriere perchè giudici e PM, facendo parte della stessa categoria, magari vanno a cena insieme, per cui la corte è portata a confermare le tesi del PM a discapito della difesa.
Questo qualcuno però dimentica che il tavolo del ristorante potrebbe ospitare anche dei giudici di corte d’appello o di cassazione. Nessuno però si è preoccupato di separare anche quelle carriere, così come nessuno si è preoccupato di separare la carriera dell’avvocato della difesa da quella dell’avvocato di parte civile.
Ma allora perché ci si è focalizzati solo sul PM?
Semplice: è il PM che decide chi rinviare a giudizio e chi no. E soprattutto è lui che dà l’avvio alle indagini.

Con la separazione delle carriere il PM verrebbe sottratto al potere giudiziario e assoggettato ad un altro potere: quello politico. Esecutivo, per la precisione. Insomma, dipenderebbe dal Governo, rispondendo in modo diretto al ministro della giustizia (di destra o di sinistra, a seconda del momento). A questo punto, con un decreto legge, il governo potrebbe decidere le priorità dei processi, quali svolgere prima e quali dopo, oltre ovviamente a decidere quali PM trasferire e quali promuovere.
Se poi si realizzasse il sogno di Berlusconi di eliminare l’obbligatorietà dell’azione penale, il cerchio si chiuderebbe, regalando alle maggioranze politiche un’impunità che funzionerebbe più di qualunque lodo.

Inoltre, se si reintroducesse l’immunità parlamentare, anche i politici d’opposizione nei guai con la giustizia potrebbero avere qualche speranza in più rispetto ad oggi. E nel caso in cui non dovesse funzionare, si potrebbe proporre a chi è “in difficoltà” di traghettare tra le file della maggioranza dove, anche in caso di autorizzazione a procedere, si potrebbe contare su un PM proprio dipendente, che magari decide che il processo non s’ha da fare… né domani, né mai.
Da quel momento diminuirebbe anche il numero dei parlamentari condannati e perfino quello dei politici indagati. Insomma, per non finire in galera non ci sarebbe più bisogno di fare le leggi ad personam, perché verrebbero egregiamente sostituite da un PM ad gubernum. Perché continuare a perdere tempo con prescrizioni, ricorsi, corti di appello, cassazione, depenalizzazione di reati e lodi vari? Con la separazione delle carriere il governo avrebbe il controllo dei PM e a decidere gli indagati ci penserebbe il presidente del consiglio, mentre noi continuiamo a pensare alle cene tra i giudici.

sabato 7 novembre 2009

La questione morale di Gasparri

Gasparri che partecipa al premio Borsellino è come un cacciatore che partecipa alla conferenza del WWF.
Ma a Pescara, nella sala della Provincia, l’incontro dal titolo “domanda di giustizia, dovere di verità” è stato affidato al Pdl. Perché? Forse perché il Pdl è considerato l’attuale proprietario della sala? Può darsi, visto che il presidente della Provincia di Pescara è del Pdl (Guerino Testa) e i “saluti” prima dell’intervento di Gasparri sono di Fabrizio Rapposelli, vicepresidente della Provincia (Pdl) e di Lorenzo Sospiri, consigliere regionale del Pdl.

Certo, non sono in pochi a pensare che Gasparri possa essere l’ultima persona ad occuparsi di giustizia e verità sulla strage di via D’Amelio, ma oggi si rischia che questo argomento così delicato diventi come la sanità e l’istruzione, ovvero che qualunque politico se ne possa occupare attraverso il proprio approccio.
C’è solo un piccolo particolare: la strage è strettamente collegata con la trattativa tra mafia e Stato ed oggi stanno cominciando a saltar fuori un sacco di cose che potrebbero inchiodare alle proprie responsabilità tanti personaggi che ancora oggi siedono al potere.

Era evidente che Salvatore Borsellino e il Popolo delle Agende Rosse non potevano restare a guardare un Gasparri che da tempo demonizza la magistratura per tutelare gli interessi del proprio padrone, strumentalizzare il nome di Paolo Borsellino e parlare di “domanda di Giustizia” e “dovere di verità”.
Ecco perché gli hanno consegnato un foglio con dieci domande.
Ma il senatore, ancor prima di dare un’occhiata, dice alla ragazza che era riuscita a raggiungerlo: “Sono domande che io non leggerò. Salvatore Borsellino era disistimato dal fratello, lei è giovane e non lo sa”.
Alle domande scomode di Repubblica, Berlusconi aveva reagito con una querela, ma Gasparri si è cimentato in una reazione ancora più creativa: screditare l’autore delle domande. E visto che l’autore è il fratello di Paolo Borsellino, l’arguto senatore l’ha sparata grossa, lasciando anche intendere che la cosa è fin troppo nota da anni e che i meno giovani se la ricorderanno sicuramente.
Ovviamente Salvatore Borsellino lo ha querelato.

Ma cosa è successo a Gasparri?
Pervaso da un alto slancio etico e da una morale incorruttibile, non se l’è sentita di leggere qualcosa scritta da un disistimato dal fratello?
Si è subito reso conto che a farlo avrebbe offeso la memoria del giudice ucciso in via D’Amelio?
Se avesse letto le domande, sarebbe incorso in un comportamento così corrotto da non passare inosservato al capo del Pdl, noto per il rigore e la prudenza nelle sue frequentazioni in pubblico e in privato?
Un giorno avrebbero potuto rinfacciarglielo e la cosa non sarebbe certo piaciuta a Dell’Utri, altro francescano della politica, missionario del bene, fondatore di Forza Italia insieme a Berlusconi, condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione di tipo mafioso.

Gasparri ha individuato tra i morti chi disistimava Salvatore Borsellino.
Ci sarebbe da chiedersi quanti, tra i vivi, disistimano Gasparri.
Anche lui legittimamente eletto?
Si, ma non dal popolo delle Agende Rosse.

Egidio Morici

venerdì 30 ottobre 2009

Le alghe di Selinunte finiscono in Procura



I fatti

Le alghe marce, chiuse da più di cinque mesi nelle acque del porto, stavano per essere smaltite direttamente in mare. Ormai, partendo dal fondo, avevano formato una sorta di isola compatta che occupava la metà dello specchio d’acqua del porto, sulla quale si poteva camminare sopra.
È ad aprile scorso che, durante le operazioni di bonifica, i cingolati avevano cominciato a lanciare al di là del molo quello che ormai si presentava come una melma nera, a pochi metri dalla spiaggia attigua, quando è intervenuta l’Arpa (Agenzia Regionale Protezione Ambiente) di Trapani.
Ma qualche giorno dopo, il quotidiano La Sicilia scrive che l’Arpa consiglia di lasciare le alghe in mare, mentre il Giornale di Sicilia parla di “smaltimento secondo norma”, riportando alcune dichiarazioni dell’ingegnere del Comune, Giuseppe Taddeo: “Ci rendiamo conto che queste alghe devono restare a mare in quanto costituiscono un deterrente al fenomeno dell’erosione delle coste. Se continuassimo a levare le foglie di posidonia sicuramente creeremmo un danno ambientale”.
Oggi emerge che l’Arpa, in realtà, non solo aveva diffidato i responsabili dei lavori del Comune a non proseguire con lo sversamento in mare ma, attraverso le proprie funzioni di polizia giudiziaria, aveva già trasmesso alla Procura di Marsala la notizia di reato per smaltimento illecito di rifiuti.

Le spiegazioni dell’Arpa

Abbiamo incontrato il dottor Domenico Trapani, della sezione acque dell’Arpa, presente al momento del controllo.

Ci può spiegare cosa è successo a Selinunte, lo scorso mese di aprile?
Il 9 aprile siamo intervenuti a seguito di una segnalazione. Stavano smaltendo le alghe direttamente in mare. Arrivati sul posto, oltre che a verificarne le evidenti tracce, abbiamo avuto anche l’ammissione dei geometri del Comune, responsabili dei lavori, che però si sono giustificati dicendo che hanno dovuto farlo per liberare alcune barche incagliate tra le alghe.

Quindi non avevano in programma di ributtare tutte le alghe in mare?
Questo è quello che affermano loro, poi sarà l’autorità giudiziaria a fare le giuste valutazioni. In ogni caso, anche se si fosse davvero trattato di liberare le barche, mi sembra evidente che questa melma non poteva essere presa e lanciata in mare senza alcuna autorizzazione.

E le indicazioni dell’Arpa riportate dai giornali? Qualche giorno dopo si leggeva su La Sicilia che voi avevate consigliato di lasciare le alghe in mare.
Non è vero. Noi non abbiamo fornito alcuna indicazione. Ci siamo limitati a ravvisare l’esistenza di un reato, comunicandolo alla Procura. Tutto qui. Poi, è evidente che non si può impedire alle alghe di tornare in mare spontaneamente, senza la mano dell’uomo.
Al momento del nostro intervento stava per essere realizzato anche un varco nel molo, in modo da poter creare una corrente per evitare in futuro accumuli così consistenti.
Se, in seguito a quell’apertura, le foglie di posidonia fossero uscite in modo naturale, non avremmo potuto ravvisare alcun reato. Dire questo non significa certo consigliare di non raccogliere le alghe.

Però il Giornale di Sicilia ha parlato di “smaltimento secondo norma”. E l’ingegnere Taddeo del Comune di Castelvetrano ha dichiarato che se si togliessero le alghe si produrrebbe un danno ambientale, per via dell’erosione delle coste. È così?
Beh, se lo smaltimento fosse davvero avvenuto secondo norma, l’Arpa non avrebbe avuto alcun motivo per comunicare alla procura il reato di smaltimento illecito di rifiuti. Si tratta di un rifiuto che ha anche un codice ben preciso: il 200201.
Insomma, qualsiasi spostamento innaturale delle alghe deve necessariamente essere autorizzato. Poi è possibile anche lasciare le alghe spiaggiate in loco contro l’erosione delle coste, ma è evidente che questa possibilità non riguarda il caso in questione. Le dirò di più, una circolare del Dipartimento Regionale Territorio e Ambiente, dello scorso 8 maggio, non fa che confermare la correttezza del nostro intervento. Infatti, anche nel caso di spostamento temporaneo, la circolare prescrive che bisogna procedere alla rimozione di eventuali rifiuti di origine antropica (plastica, vetro, alluminio, etc.) presenti all’interno della banquette, che dovranno essere smaltiti secondo la normativa vigente. E comunque sempre con le necessarie autorizzazioni.


La Bonifica e il Varco

In un porticciolo, frequentato da pescatori, turisti, residenti e villeggianti, dove non c’è l’ombra di un cestino, è molto probabile che mischiata alle alghe ci sia stata anche una considerevole quantità di rifiuti “antropici”, così come li chiama l’Arpa. Questa consapevolezza, insieme alle percezioni visive ed olfattive di tanti cittadini, può darci un’idea sulla natura di quella melma che soltanto con grande sforzo poteva essere ancora chiamata “posidonia”.
Anche lo stesso sindaco di Castelvetrano, Gianni Pompeo, in un'ordinanza del 2007 aveva correttamente assimilato le alghe asportate ai rifiuti solidi urbani, da trasportare in discarica autorizzata.
Ma prima della stagione estiva 2009, dopo più di quattro mesi di porto intasato, il vicesindaco Francesco Calcara firma l’affidamento dei lavori, con procedimento d’urgenza, incaricando l’impresa Durante S.r.l. per “l’esecuzione dei lavori di allontanamento e sgombero delle alghe depositate all’interno del porto di Marinella di Selinunte, facendo ricorso – si legge nella disposizione – all’uso di un’apposita chiatta galleggiante e di un adeguato escavatore compreso operatori, il tutto per un importo complessivo di 40mila euro”.
Pochi, rispetto ai 75mila euro del 2008. Come mai?

La chiatta, l’escavatore e gli operatori c’erano anche l’anno scorso, quelli che mancano sono i camion per il trasferimento del materiale in discarica. Tutto è racchiuso nella parola “allontanamento”, dalla quale si potrebbe dedurre che nei piani del Comune non c’era l’asportazione delle alghe e il loro smaltimento in discarica autorizzata (come invece specificato nella delibera di giunta dello scorso anno) ma, con ogni probabilità, il più economico sversamento in mare aperto, dove non occorrono camion e non bisogna pagare la discarica.
Operazione possibile solo in casi eccezionali e con le necessarie autorizzazioni, certamente diverse da quelle relative alla realizzazione del varco nel molo, costruito per creare una corrente attraverso la quale impedire il ristagno delle alghe fresche dentro lo specchio d’acqua e costato 86mila euro.

A conti fatti, tra varco e bonifica, sono stati spesi 161mila euro, senza però prevedere il trasporto del materiale inquinante in discarica. Dopo l’intervento dell’Arpa però si è comunque fatto ricorso all’uso dei camion e le “foglie di posidonia”, ormai arricchite da tante altre componenti molto meno naturali, sono state portate via su gomma.
Dopo la fine dei lavori però, in alcune zone del porto, si vedevano ancora masse di alghe appena 40 centimetri sotto il pelo dell’acqua. Accumuli che dopo l’estate, nonostante il varco, sono rimasti dov’erano.
Intanto dall’Arpa di Trapani, il dottor Antonio Carruba, responsabile del settore acqua, aggiunge che in quel caso sarebbe stato più opportuno prima bonificare lo specchio d’acqua, portando a discarica autorizzata la melma, e soltanto dopo realizzare il varco nel molo.

Per l'Isola (quindicinale di informazione per la provincia di Trapani)

lunedì 5 ottobre 2009

A chi dà fastidio il libro su Pino Veneziano?

La lotta di classe è sulu di li scarsi!”.
Questo è il pensiero che il cantastorie selinuntino Pino Veneziano aveva scritto sulla copia del suo disco “Lu patruni è suvecchiu!” per un ricco ingegnere con la tessera del Pci, che gli aveva chiesto una dedica.
Almeno è quello che troviamo a pag 33 del libro curato da Rocco Pollina e Umberto Leone, edito da Coppola, dal titolo "Di questa terra facciamone un giardino".

Fantasie? Leggende metropolitane? Nient’affatto. A confermare l’episodio è lo stesso ingegnere, che dalle pagine di un periodico locale, ammette di averlo riferito personalmente ad uno degli autori del libro cd, tributo a Pino Veneziano.
Ed è proprio ad Umberto Leone, autore del capitolo del libro dove è descritto l’episodio, che l’ingegnere si rivolge, utilizzando come bacheca la pagina delle lettere al direttore, gentilmente concessa dal responsabile della rivista locale.
L’ingegnere, rivelando la propria identità, non sembra d’accordo col pensiero del cantautore Selinuntino impresso nella sua copia del disco e, pur riconoscendo la propria appartenenza alla ricca borghesia, scrive che non è vero che “la lotta di classe è sulu di li scarsi” ma che “si è da sempre dimostrato il contrario”, portando anche l’esempio della rivoluzione francese, alla faccia dell’enorme massa di contadini e operai che nella Francia del 1789 facevano parte del Terzo Stato.
Che allora la lotta di classe sia “sulu di li ricchi”? Misteri di un revisionismo storico curiosamente creativo.

Nel libro di Rocco Pollina e Umberto Leone si legge anche che molti anni dopo il curioso episodio della dedica, il ricco ingegnere si trovò a sostenere un candidato di Alleanza Nazionale.
Il nome dell’ingegnere del libro è Giovanni Santangelo e nella sua lettera cerca di chiarire anche questa faccenda, dicendo che “quel tal candidato non aveva e non ha bisogno di voci altrui per farsi sentire”, ma non rivelando se lui l’avesse sostenuto oppure no.
Ma chi era questo candidato?
Pare si trattasse dell’avvocato Giuseppe Bongiorno che, eletto al Senato della Repubblica nel 2001, evidentemente era riuscito a catalizzare anche l’attenzione di quell’elettorato disposto ancora a tenere in tasca una vecchia tessera del Pci e in mano una matita copiativa per segnare il simbolo di Alleanza nazionale. Insomma, la solita storia del voto al paesano, anche se del partito opposto.

Nella sua lettera però, l’ingegnere in questione, oltre a non entrare nel merito del cambiamento di rotta delle sue simpatie politiche (per carità, il voto è segreto), gioca all’attacco, scrivendo che “quel tal candidato di A.N.” è lo stesso che permise ad Umberto Leone di partecipare alle esposizioni di alcune fiere tra cui una - se non ricorda male - a Verona.
Se fosse vero, sarebbe interessante capire anche in che cosa possa essere consistito questo permesso, che requisiti avrebbero dovuto avere i potenziali espositori e quanti di questi siano stati favoriti da “quel tal candidato”. E’ evidente che solo dopo aver chiarito l’esistenza di questo presunto sistema, potrebbe avere senso parlare di coloro che ne avrebbero tratto beneficio.

Chi lo sa. Certo è che l’ingegnere, nella sua lettera, fa un po’ di confusione, quando per esempio scambia le firme a sostegno dell’appello per la salvaguardia e il rispetto del territorio di Selinunte, per delle firme a sostegno del libro.
Con tutto il rispetto per gli autori, è probabile che se non avesse contenuto l’appello, difficilmente il testo sarebbe stato sottoscritto da persone del calibro di Andrea Camilleri, Giuseppe Tornatore, Leo Gullotta, ma anche Corrado Stajano, Arnaldo Pomodoro, Marco Travaglio e tanti altri, che hanno messo il proprio nome per difendere una Selinunte “offesa dal tentativo di cementificazione incombente, (che) reclama il diritto a essere quel che è: un’oasi di pace e di cultura. Una Selinunte – si legge nel testo dell’appello - che potrebbe diventare coro, se unita alle altre voci della Sicilia che ne difendono il territorio violato dalle mafie e dai palazzinari”.

A questo punto ciò che colpisce è la quasi inesistenza dell’appello sui media locali. Fino ad oggi, radio, tv e giornali, non hanno dato molto spazio al testo dell’appello, come se la città non volesse parlare né del pericolo di cementificazione che incombe su Selinunte, né di una Sicilia violata dalle mafie e dai palazzinari. Addirittura, in una trasmissione radio dell’agosto scorso, è stato possibile parlare del libro-cd senza far conoscere né l’appello, né coloro che lo hanno sottoscritto. Curiosamente, nella stessa trasmissione, non è stato proferito neanche il titolo del libro, “Di questa terra facciamone un giardino”, ripiegando invece su qualcosa di molto meno scomodo come il sottotitolo: Tributo a Pino Veneziano.
Chi veniva intervistato in nome dell’associazione si è lasciato sfuggire questi macroscopici particolari? O piuttosto si è trovato invischiato in un faticoso compromesso da auto-censura per evitare che del premio Pino Veneziano 2009 non si parlasse affatto?
Insomma, siamo sicuri che questo libro abbia dato fastidio solo al ricco ingegnere con la tessera del Pci?

martedì 29 settembre 2009

Scoperto un lager di cani nelle campagne alcamesi

Se si pensa che vivere in una piccola gabbia di ferro, senz’acqua, con una ciotola di latte rancido macchiato di verde e carne putrida ripiena di insetti, sia per un cane la peggiore delle condizioni possibili, ci si può anche sbagliare. C’è di peggio.
Soprattutto se la gabbia è tenuta sollevata dal terreno e anche la base altro non è che una rete di ferro. Una rete sulla quale c’è qualche pezzo di legno dove il cane tenta di poggiare le zampe per evitare che scivolino giù, impigliandosi tra le maglie.
Certo è difficile capire se sia andata peggio a lui oppure ad un altro cane poco lontano, legato al collo con una catena cortissima e costretto a dormire sui propri escrementi che hanno ormai saturato abbondantemente il poco spazio disponibile.

Purtroppo però questa è solo la punta dell’iceberg rispetto all’inferno che è stato scoperto in una zona tra le campagne alcamesi, dove sono stati trovati più di 10 cani, in maggioranza incroci di razza pitbull, lasciati in uno stato pietoso e con evidenti segni di maltrattamento.
Ad accorgersi della presenza del lager sono stati alcuni turisti che hanno avvertito le associazioni animaliste. Delegazioni della sezione provinciale della Lega Italiana Diritti Animali, dell’ Organizzazione Internazionale Protezione Animali e della Lega Animalisti Italiani Castelvetrano, hanno fatto un sopralluogo ed è scattata subito la denuncia alla stazione dei Carabinieri di Alcamo che, guidati dal Maresciallo Giuseppe Balducci, sono prontamente intervenuti, rendendosi subito conto dello stato in cui si trovavano gli animali. I carabinieri hanno poi fotografato uno ad uno tutti i cani, verbalizzando con attenzione le loro condizioni e, attraverso la consulenza di un geometra, sono riusciti a risalire al proprietario del terreno, un quarantenne che è stato interrogato nella caserma di Alcamo e del quale i militari non hanno ancora fornito le generalità.

Al momento non si sa se gli animali, risultati sprovvisti di microchip, fossero appartenuti tutti al proprietario del terreno e per quale motivo si trovassero lì. Certo è che, a parte quelli di grossa taglia che date le ferite riportate potrebbero essere stati impiegati nei combattimenti, erano presenti anche cani più piccoli, sempre in gabbie anguste e in pessime condizioni. In tutta la Sicilia però non si è trovata una sola struttura che abbia posto per ospitarli. La prima disponibile pare si trovi in Calabria, convenzionata col servizio pubblico.
Dal canto loro, le associazioni animaliste hanno comunicato con decisione che si informeranno sul loro stato di salute, monitorandoli attraverso le associazioni di riferimento del luogo.

E’ difficile dimenticare gli sguardi di quei cani e i loro guaiti mentre ci allontanavamo da quel lager verso la caserma dei carabinieri – riferiscono gli animalisti, visibilmente scossi – è un’enorme tristezza che non può essere resa da nessuna fotografia”.