"L'offesa alla verità sta all'origine della catastrofe." (Sofocle, Edipo re)

sabato 6 marzo 2010

Castelvetrano, microcriminalità nel Sistema delle Piazze

Il fatturato degli esercenti del sistema delle piazze è in caduta libera da quasi quattro anni, da quando cioè le piazze sono state interessate dai cosiddetti lavori di riqualificazione, grazie ai 4 milioni di euro dei fondi di Agenda 2000. Prima il cantiere e poi la chiusura al traffico veicolare, hanno di fatto tagliato le gambe ad uno dei cuori pulsanti dell’economia del centro storico. Un’economia che purtroppo è ancora basata sul traffico automobilistico e che si è letteralmente allontanata dal sistema delle piazze, ormai tenute in vita da eventi sporadici come il carnevale o dagli spettacoli del teatro Selinus.

Già nel 2007, messa alle strette, l’amministrazione comunale aveva offerto ai commercianti il rimborso della bolletta dei rifiuti e l’ICI del 2005. Offerta considerata inaccettabile da gran parte dei destinatari che la definirono “una manciata di spiccioli di fronte a danni commerciali quantificabili in centinaia di migliaia di Euro”. Oggi, un nuovo pub e una nuova libreria non sono certo in grado da soli di ripopolare questo deserto di pietra, al di là delle tarde serate dei fine settimana.Le piazze però non hanno dovuto fare i conti solo con la crisi, ma anche con altri problemi tipici dei luoghi poco frequentati: furti e danneggiamenti.

E all’esasperazione dei commercianti si aggiunge anche quella dei residenti del sistema delle piazze che, stanchi dei continui furti a danno dei propri appartamenti, hanno firmato una lettera inviata al prefetto Stefano Trotta di Trapani, dove denunciano “molestie e atti di vandalismo compiuti da parte di chi approfitta della desolazione del luogo”, “con conseguente senso di insicurezza nel percorrere l’isola pedonale e le strette e buie strade limitrofe nelle ore serali e notturne”. Nella lettera dei residenti si legge anche che “In passato sono state raccolte le firme per chiedere all’amministrazione maggior sicurezza, nonché la riapertura al traffico veicolare, anche a tempo determinato, ma purtroppo fino ad oggi nulla è cambiato”.“Nel corso di un incontro con il primo cittadino tenutosi il 26 settembre 2008 – si legge invece in un’analoga lettera al Prefetto inviata dai titolari degli esercizi commerciali di piazza Carlo D’aragona e Tagliavia – gli scriventi portarono avanti delle proposte, purtroppo disattese, tra cui una linea di trasporti urbani con capolinea nel sistema delle piazze, un presidio fisso di pubblica sicurezza, nonché un sistema di videosorveglianza”.

Molte attività commerciali hanno già chiuso i battenti – aggiungono i commercianti – e se tossicodipendenti e gente dedita all’alcol continuerà ad imperare in detta isola pedonale, non è da escludere che altri esercizi si troveranno costretti a cessare l’attività. Fino ad oggi gli scarsi incassi di molti di noi sono stati stornati esclusivamente per scadenze e spese fisse di cui il nostro primo cittadino, interpellato in merito, si è detto non interessato”.

Insomma, dopo quattro anni il sistema delle piazze non decolla, nonostante i buoni auspici del presidente di Confcommercio, Nicolò Egitto, che a dicembre del 2007 aveva dichiarato a La Repubblica: La verità è che i commercianti storici devono sapere innovare: siamo alle soglie di un miracolo economico”. Purtroppo l’anno dopo scoppiò una delle peggiori crisi mondiali tuttora in corso.

Egidio Morici, per L'isola

venerdì 5 marzo 2010

Triscina, scoperti pozzi neri sotto la sabbia


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Il maltempo di qualche settimana fa ha scoperto le magagne di una Triscina che risente ancora di vecchi e nuovi abusi. Oltre a provocare dei piccoli crolli, frane e cedimenti alle strutture di asfalto e cemento che da tempo sfidano il mare così da vicino, le forti mareggiate hanno prodotto un abbassamento del livello della spiaggia, facendo letteralmente emergere alcuni pozzi neri a circa 5 metri dalla battigia, proprio nelle vicinanze di una struttura ricettiva.

Il mare ha fatto sparire quel mezzo metro di sabbia soprastante, scoprendo anche il percorso dei tubi di scarico che vanno a finire nel pozzo.

Da ciò che si vede, non si può certo parlare di fosse biologiche a tenuta, né tantomeno di pozzi facilmente espurgabili, anche a causa della loro ubicazione.

Inoltre, che lo spurgo non fosse un’operazione frequente lo dimostra un altro pozzo poco distante, sempre sul litorale, con le radici di un alberello, cresciuto lì accanto, attorcigliate proprio sul coperchio.

Al momento non si hanno informazioni più dettagliate, ma la speranza dei villeggianti è che si tratti di casi isolati. Casi che comunque non fanno certo bene ad una borgata che, storicamente funestata dall’abusivismo, fa fatica a riprendersi le proprie coste.

Egidio Morici, per L'isola

sabato 20 febbraio 2010

Il Patrimonio di Matteo Messina Denaro

Un miliardo e 250 milioni di euro. È attorno a questa cifra che si aggira il valore dei beni sequestrato a Cosa nostra dalla fine del 2008 ad oggi a coloro che gli investigatori considerano i prestanome di Matteo Messina Denaro. Un patrimonio immenso intestato ad imprenditori dietro i quali, secondo gli inquirenti, c’è l’ombra lunga del noto latitante.

Tra i beni sequestrati riconducibili a Giuseppe Grigoli, il “re dei supermercati”, ci sono 12 società, 220 fabbricati tra palazzine e ville, 133 appezzamenti di terreno per 60 ettari, bot, conti correnti, automobili e uno yatch di 25 metri. Un patrimonio di 700 milioni di euro sequestrato in tre tranche di 200, 300 e 200 milioni di euro, comprensivo anche dei beni mobili e immobili intestati ai familiari di Grigoli, tra cui la moglie e le figlie. Gli investigatori, una volta accertata l’evidente “sperequazione” tra i redditi dichiarati e quelli realmente posseduti dall’imprenditore in modo da creare una sorta di economia parallela per determinate operazioni, si sono presto resi conto di come il vero intestatario di questo impero economico sia in realtà il capomafia di Castelvetrano, legato all’imprenditore da vincoli di affari. “Una ricchezza accumulata – spiega il procuratore aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato – grazie ad un sostanziale oligopolio nel settore della grande distribuzione”. Grigoli però avrebbe condotto operazioni bancarie “per contanti” con depositi superiori ai 600 milioni di vecchie lire, senza che gli investigatori della Dia abbiano rilevato alcuna rispondenza tra questi versamenti e gli affari commerciali del gruppo. I soldi non sarebbero dunque arrivati dai supermercati e dal commercio ma da altra “fonte”.

Gli inquirenti non hanno dubbi: sono soldi di Matteo Messina Denaro che, intercettati nell’arco temporale tra il 1999 e il 2002, sarebbero serviti al padrino per entrare nelle società di Grigoli. Le ispezioni condotte dalla Guardia di Finanza assieme alla Dia avevano fatto scoprire che il denaro in uscita era superiore a quello in entrata. Nel 2001, secondo la Dia, la “Gruppo 6 Gdo” acquistò18 supermercati, ma in cassa non c'era tutto il denaro necessario per quell'investimento.

Un altro patrimonio collegato a Messina Denaro è stato invece sequestrato all’imprenditore Rosario Cascio, già condannato a sei anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso nell’ambito del processo “Mafia & Appalti”, con sentenza passata in giudicato. Cascio è stato nuovamente arrestato nel settembre del 2008, ritenuto l’interfaccia del superboss nell’edilizia e nel movimento terra. Anche in questo caso un impero immenso. Tra i beni sottoposti a sequestro ci sono le imprese del cemento di Montevago, come la “Calcestruzzi Belice”, la “Calcestruzzi Clemente”, la “Calcestruzzi Srl” e la “Inerti Srl”, con un capitale sociale complessivo di 644 mila euro. C’è la “Siciliana Conglomerati” di Partanna, in contrada Raffi con “soli”10 mila euro di capitale, ma anche la “Atlas Cementi” di Mazara del Vallo, in via Marsala, con un capitale sociale di 2 milioni di euro.

Oltre al calcestruzzo c’è anche il vino, con la società “Vini Cascio” di Castelvetrano, in contrada Petrulla-Inchiusa (100 mila euro di capitale sociale); c’è il commercio di auto, con la “Efebo Car” di Castelvetrano in contrada Strasatto (153 mila euro). Poi ci sono le quote di capitale in varie società, come la “Trasped” di Mazara del Vallo nel settore degli autotrasporti di merci internazionali; la “Castelpetroli” di Castelvetrano in contrada San Nicola, per la gestione di impianti di distribuzione di carburanti, bar, ristoranti, tabacchi e lotterie; e a Partanna la “Saturnia” in contrada Camarro, per la produzione e il commercio di prodotti agricoli, la “Pedone Srl” di via Mazzini e la società cooperativa “L’olivo” in contrada Santa Lucia. Nell’elenco ci sono terreni, fondi rustici e fabbricati distribuiti in varie zone del Belice. Da Montevago a Partanna, da Menfi a Santa Margherita Belice, e a Castelvetrano nelle località di “Manicalunga”, “Zangara”, “Petrulla” e “Belice di mare”. Anche un complesso residenziale in costruzione a Partanna, in via Colicchi, costituito da 18 appartamenti e 16 autorimesse. Sequestrate anche due ditte individuali: una dello stesso Rosario Cascio, esercente l’attività di “lavori generali di costruzione edifici e lavori di ingegneria civile” e l’altra della moglie Maria Accardo, esercente l’attività di “colture miste viti-olivi-frutticole”.

L’intero patrimonio di Cascio è del valore di circa 550 milioni di euro. Sequestro, secondo il Tribunale di Agrigento, scaturito dalle risultanze della verifica sulla sperequazione patrimoniale e dalla ricostruzione delle numerose vicende giudiziarie che hanno visto coinvolto Rosario Cascio, intimamente legate allo svolgimento della sua attività imprenditoriale, soprattutto nel settore dei calcestruzzi e degli inerti, all’aggiudicazione di appalti pubblici, d’opere o di forniture, e di contratti con privati.

Oltre alla medesima matrice, i patrimoni di Grigoli e Cascio sembrano avere un altro punto in comune che, al di là delle rilevanze processuali, induce certamente a riflettere: si tratta della salute delle aziende durante il periodo di amministrazione giudiziaria.

Una buona parte del patrimonio dei Cascio era già stato sottoposto a sequestro di prevenzione, tra il 1993 e il 2000. In quel periodo le aziende subirono un brusco rallentamento nella loro crescita, diminuendo considerevolmente il proprio volume d’affari ma, dopo il rientro di Cascio nella disponibilità delle imprese, nel novembre del 2001, si registrò un’immediata e repentina ripresa.

Qualcosa di simile sta accadendo anche nelle imprese sequestrate a Giuseppe Grigoli, tanto che il dottor Nicola Ribolla, custode giudiziario del patrimonio del “re dei supermercati”, nell’udienza del processo Grigoli del 15 dicembre scorso, ha rivelato di aver avuto rapporti difficili con le banche già dallo stesso giorno in cui è avvenuto l’arresto, con un finanziamento negato di un milione di euro. Senza contare il rallentamento dei pagamenti da parte dei clienti e i problemi con i fornitori che hanno ristretto progressivamente le condizioni di pagamento.

Non è semplice dare una spiegazione univoca su questo “effetto sequestro” che agisce negativamente sulla salute delle aziende in amministrazione giudiziaria. Certo, un amministratore che ha a che fare con un’azienda che non conosce, è difficile che ottenga gli stessi risultati rispetto alla conduzione del titolare di vecchia data, senza considerare il cambiamento del clima organizzativo con le inevitabili ricadute sull’aspetto motivazionale dei dipendenti. D’altro canto però non si può fare a meno di notare la paradossale diffidenza soprattutto da parte delle banche, che fanno fatica a scorgere il merito creditizio in chi rappresenta lo Stato.

Egidio Morici
per L'isola, quindicinale di informazione della provincia di Trapani

venerdì 5 febbraio 2010

Il pentito Rizzuto: "Supermercati sponsorizzati da Matteo Messina Denaro"

A parlare stavolta è il collaboratore di giustizia Calogero Rizzuto.
Tra i motivi del suo pentimento ce n’è uno di non poco conto: volevano ucciderlo.
Vicino alla famiglia di Sambuca di Sicilia già dal 91/92 e formalmente affiliato nel 2003, diventa capo del suo mandamento che include, oltre alla sua città, anche Sciacca, Santa Margherita, Menfi e Montevago. Viene arrestato nel luglio del 2008 e comincia a collaborare nel settembre del 2009.
Nell’udienza del 15 gennaio scorso, al processo Grigoli e Matteo Messina Denaro, Rizzuto racconta com’è andata la faccenda del debito Despar.

Un debito da 600 milioni delle vecchie lire per forniture varie che Giuseppe Capizzi, allora capo della famiglia di Ribera e numero due della provincia di Agrigento, non avrebbe saldato al “re dei supermercati”.
Nell’udienza emerge che Calogero Rizzuto, tra la fine del 2004 e i primi del 2005, insieme a Gino Guzzo, capo della famiglia di Montevago, si recarono a Castelvetrano su indicazione del Capizzi, per parlare direttamente con Matteo Messina Denaro e risolvere la questione del debito, viste le differenti posizioni sulla relativa entità.

La famiglia Capizzi era arrivata a Matteo Messina Denaro per mezzo dello zio, Bernardo Provengano – dice Rizzuto - ma siccome i tempi erano lunghi per i pizzini… prima che ci arrivavano, c’erano discussioni… e allora si voleva arrivare direttamente a discutere di questa cosa”…
Guzzo ha detto a Grigoli che voleva un incontro con Matteo, se era possibile”.
Dopo una quindicina di giorni Grigoli li fa incontrare col cognato di Matteo Messina Denaro, Filippo Guttadauro.
Rizzuto spiega che “Matteo e Guttadauro dovevano dare l’autorizzazione a Grigoli di incontrarsi con il Capizzi. Perché se prima non ci fosse stato l’ordine da parte di Provenzano, il Grigoli e il Capizzi non si sarebbero potuti incontrare. I due poi si incontrano e trovano l’accordo”… “il Matteo voleva sistemare la cosa con Provenzano, per non arrivare alle armi”.
Guttadauro avrebbe detto: “Vi state prendendo una grossa responsabilità… noi siamo per l’accordo”.
Ma l’accordo non viene rispettato.

Guzzo mi disse che Matteo aveva mandato a dire che voleva uccidere Giuseppe Capizzi perché era venuto meno all’accordo. Matteo aveva mandato a dire di farci gli affari nostri, perché ora la cosa la sistemava lui a modo suo… perché per l’ennesima volta è stato un buffone, sia la famiglia Capizzi che Falsone Giuseppe”.
Dopo una ventina di giorni però Capizzi viene arrestato.
Giuseppe Falsone (uno dei capi di Cosa nostra nella provincia di Agrigento, ndr) mi disse che il Capizzi gli aveva fatto fare una brutta figura con Matteo Messina Denaro, venendo meno all’accordo. Falsone aveva mandato un incaricato per vedere come stavano le cose. Se era come diceva Grigoli o come diceva il Capizzi ed effettivamente era come diceva Grigoli”. Si trattava proprio di 600 milioni di lire.

Falsone mi disse che Una volta che Giuseppe Capizzi fosse uscito dalla galera, si sarebbe dovuto fare da parte, non si doveva più immischiare in nessuna cosa e che il rispetto era portato a suo padre e a suo fratello. Lui ci aveva fatto fare troppe brutte figure, sia col nostro mandamento che con la doppia figuraccia che ci ha fatto fare con Matteo Messina Denaro, la prima volta quando lui diceva che non era questa la somma che lui doveva dare e poi quando è venuto meno al pagamento”.
A Rizzuto viene chiesto se Grigoli avesse avuto rapporti con Cosa nostra.
“Per avere rapporti con Matteo, per Matteo e Guttadauro essere così impegnatissimi a questa situazione erano almeno molto amici – risponde - per avere tutto questo interesse Matteo, addirittura arrivare ad uccidere uno per gli interessi di Grigoli, io penso che qualche cosa c’era”…
“C’era un buon rapporto, era raccomandato da Matteo, ma se face parte della famiglia o se era un uomo d’onore non lo so
”.

Il Pubblico Ministero Sara Micucci chiede al Rizzuto se lui sa se un imprenditore mafioso, quando opera in un territorio che non è quello di appartenenza della sua famiglia, deve pagare il pizzo.
Si – risponde Rizzuto - se si tratta di qualcosa di grosso deve pagare ugualmente. Magari al posto del due per cento ci si fa pagare l’uno, l’uno e cinquanta, però deve pagare”.
Il motivo dell’incontro al quale avrebbe partecipato non era però collegato al pizzo. La questione invece sembra girare attorno a quel debito non saldato e alle diverse valutazioni del suo ammontare. Divergenze che pare avessero fatto infuriare non poco Matteo Messina Denaro.
Si era dimostrato particolarmente arrabbiato – spiega Rizzuto rispondendo alle domande del Pubblico Ministero Carlo Marzella - e aveva scritto qualche parola un po’ grossa su Falsone, ma prima però era stato il Falsone che aveva scritto allo zio (Bernardo Provenzano, ndr) con parole forti, dove era convinto che aveva ragione il Capizzi e quindi aveva scritto una lettera, so io, un po’ forte su Matteo, che poi effettivamente è risultato al contrario”.
Il PM Marzella chiede anche se “I supermercati erano di Grigoli, lei sa perché Capizzi le disse che bisognava andare a Parlare con Matteo Messina Denaro?"
Questi supermercati che hanno aperto nell’agrigentino sono stati sponsorizzati da Matteo Messina Denaro – risponde l’ex boss di Sambuca - è stato lui a sponsorizzare l’apertura di questi supermercati. Da quello che mi ha detto il Capizzi, il Grigoli era stato raccomandato da Matteo Messina Denaro per aprire questi supermercati nella zona.”
Secondo Rizzuto, Grigoli era a disposizione di Cosa nostra. E quando gli viene chiesto cosa intendesse col termine “a disposizione”, lui risponde che “è disponibile a qualsiasi cosa abbia bisogno la famiglia. Se ha bisogno di denaro, di qualche luogo dove nascondersi, di fare da prestanome, non lo so… di tutto ciò che ci può essere di bisogno”.
L’ultima domanda alla quale Rizzuto risponde è quella di Antonio Denaro, avvocato di Giuseppe Grigoli: “Ma se due uomini d’onore si accordano e uno dei due viene meno alla parola, la sanzione qual è?”.
La risposta è immediata: “La morte, avvocato”.

Egidio Morici
per L'Isola del 22/01/2010
Quindicinale di informazione per la provincia di Trapani

domenica 31 gennaio 2010

"Dichiarazioni falsate o artefatte"

Che alcuni giornalisti locali tendessero ad essere condizionati dal potere era opinione già diffusa,
ma pochi consiglieri comunali finora avevano avuto il coraggio di dirlo esplicitamente.
Uno di questi è il consigliere Ninni Vaccara (Idm) che interviene sul forum di castelvetranoselinunte.it, commentando la notizia dell’acquisto di 150 crocifissi da parte dell’amministrazione comunale da destinare ai vari uffici, a cominciare da quelli di Palazzo Pignatelli.
La notizia, riportata anche dal Giornale di Sicilia, sottolineava l’intenzione dell’amministrazione di portare avanti un percorso che rafforzi l’identità cristiana della città.

Ciò che però non è stato riportato è che questa scelta non è stata affatto un’iniziativa della Giunta, ma espressione del Consiglio comunale, attraverso il voto unanime di una mozione d’indirizzo scritta dal dottor Vaccara l’11 novembre scorso e presentata il 14 dicembre.
Anche il vicesindaco Calcara e l’assessore Centonze commentano sul forum del portale, sottolineando che quello che conta è il risultato e che è stato messo in atto l’indirizzo del consiglio comunale, sposato in pieno dall’esecutivo.

Il consigliere Vaccara però si chiede: “Come mai il solerte e ben pagato ufficio stampa del comune diffonde via internet e tramite il compiacente Giornale di Sicilia questa bella iniziativa e si dimentica da dove viene e da chi è stata votata?”.
Non vorrei aprire il discorso politico dei finanziamenti a TV o a radio locali – aggiunge Vaccara - sempre pronti a dare voce all’Amministrazione e che sistematicamente si dimenticano del Consiglio o di certi consiglieri comunali in particolare. Ci sarebbe veramente da aprire un bel capitolo”.
Ma in uno dei commenti, il dottor Vaccara sembra centrare il punto della questione, cogliendo la differenza tra un comunicato fatto dall’addetto stampa dell’amministrazione che, passato ai vari organi di informazione, viene pubblicato così com’è e "una corretta informazione che con onestà intellettuale racconti i passaggi che hanno prodotto un certo evento".
In pratica, la differenza fondamentale che c’è tra un comunicato stampa e un articolo giornalistico.

Vaccara poi pare aprire uno spiraglio su possibili meccanismi propagandistici, a volte oscuri anche per gli autori stessi di alcune delle dichiarazioni fatte alla stampa, chiedendosi come mai in certe occasioni “le varie dichiarazioni fatte e comunicate dall’addetto stampa del comune erano falsate o artefatte, visto che poi i diretti interessati da me interpellati – aggiunge il consigliere dell’Idm - non conoscevano e non avevano mai fatto siffatte dichiarazioni”.
Insomma, di fronte ad una parte dell’informazione al servizio più o meno diretto dei potenti, il dottor Vaccara mostra il suo disappunto “su un certo modo di fare politica sfruttando la possibilità di aver sempre a disposizione radio, tv locali, pagine di giornale o giornalisti compiacenti, per far arrivare alcune notizie nei modi e nei tempi più opportuni”.
Egidio Morici
per L'Isola del 22/01/2010
Quindicinale di informazione per la provincia di Trapani

mercoledì 20 gennaio 2010

"Lei non è il signor Grigoli!" e la banca nega il finanziamento

Lo scorso 15 dicembre è ripreso il processo a Giuseppe Grigoli, accusato insieme a Matteo Messina Denaro di associazione mafiosa. Dal banco dei testimoni il dottor Nicola Ribolla, custode giudiziario del patrimonio del “re dei supermercati”, ha parlato dei difficili rapporti con le banche, già dallo stesso giorno in cui è avvenuto l’arresto.
“Un episodio particolarmente sgradevole si è verificato negli uffici della banca Monte dei Paschi di Siena, a Palermo – afferma il dottor Ribolla - dove il responsabile di zona, in relazione ad un progetto di finanziamento di circa 6 milioni di euro disse a me e al dottor Giuseppe Glorioso che questo finanziamento non ce lo avrebbe concesso, in quanto noi non eravamo il signor Giuseppe Grigoli”.
Sembra quindi che la “prudenza” degli istituti di credito possa essere strettamente collegata al fatto di non aver ravvisato il cosiddetto merito creditizio in un’amministrazione che rappresenta lo Stato.

Il custode giudiziario racconta anche un altro episodio che riguarda la banca Carige: “Avevano già deliberato un finanziamento a breve termine di un milione di euro, che doveva essere accreditato il giorno in cui è stato eseguito l’arresto di Grigoli. Di quel finanziamento non ci fu più alcuna traccia”.
Ma da quando uscirono le prime notizie di stampa sui pizzini relativi a Grigoli (nella primavera del 2007), fino al giorno del suo arresto, nel mese di dicembre, gli istituti di credito non mostrarono alcuna remora nella concessione dei finanziamenti, al punto da erogare 6 milioni e mezzo di euro proprio nel periodo tra ottobre e novembre. Sembra quindi che la chiusura dei rubinetti cominciò a verificarsi solo dal momento del suo arresto.
Le difficoltà però non si sono limitate soltanto al rapporto con le banche. L’amministrazione giudiziaria ha dovuto fare i conti anche con “un rallentamento dei pagamenti da parte dei clienti”, riscontrando un abbassamento del 50% rispetto ai termini di dilazione dei pagamenti che, dai 43 giorni del 2007, sono arrivati ad una media di 64 giorni nel 2008.
Senza contare i problemi con i fornitori che “hanno ristretto progressivamente le condizioni di pagamento”, oltre ai decreti ingiuntivi da parte di alcune ditte di costruzioni per saldi di prestazioni non ancora riscossi.

Il Pm Carlo Marzella chiede anche della famosa fattura non saldata del punto vendita di Ribera, in provincia di Agrigento. Ribolla risponde di aver “riscontrato numerosi crediti nei confronti di diversi soggetti, ma nessun contenzioso”. Tra questi c’era anche quel credito di circa 300.000 euro per il quale però, prima dell’ingresso dell’amministrazione giudiziaria, non ci sono mai state procedure in atto per il relativo recupero.
Le difficoltà si sono moltiplicate anche con l’interruzione del rapporto d’affitto di ramo d’azienda da parte di numerosi punti vendita siti nella provincia di Trapani e di Agrigento. Alcuni dei quali hanno lasciato debiti anche superiori ai 400.000 euro. Interruzioni che in alcuni casi non sembrano dipendere da particolari problemi economici. Un punto vendita di Marsala, per esempio, si è distaccato dopo circa sei mesi dall’ingresso dell’amministratore giudiziario, ma fino ad allora aveva dato degli ottimi risultati.

Altra nota dolente riguarda i pericoli di infiltrazioni mafiose.Ha avuto modo di accertare – chiede il Pm - la presenza di rapporti commerciali tra imprese riconducibili al gruppo Grigoli e soggetti che potrebbero essere legati da rapporti di parentela o di vicinanza ad esponenti mafiosi, in particolare a Matteo Messina Denaro?”.
Ribolla risponde di aver appreso molto recentemente che il titolare di un’impresa di pulizie che fa i lavori presso il centro commerciale Belicittà, imparentato con Matteo Messina Denaro, sembra essere entrato in società con una delle ditte che si occupa di impianti elettrici per il gruppo Grigoli.
“Fin quando non ci renderemo conto di come stanno le cose – ha proseguito il custode giudiziario – sospenderemo i rapporti con questa azienda di impiantistica”.
Il processo è stato aggiornato al prossimo 15 gennaio, data in cui potrebbe essere presente anche il collaboratore di giustizia Calogero Rizzuto di Agrigento.

Per L'isola del 27/12/2009
quindicinale di informazione della provincia di Trapani