"L'offesa alla verità sta all'origine della catastrofe." (Sofocle, Edipo re)

mercoledì 29 ottobre 2008

Mafia, politica e cemento. Indagato Vito Turano

Vito Turano, padre dell’attuale presidente della Provincia di Trapani Mimmo Turano, è stato raggiunto lunedì scorso da un avviso di garanzia e da una perquisizione domiciliare.
L’uomo politico, per anni sindaco democristiano di Alcamo, è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.

Già anni addietro era finito sotto inchiesta dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti che avevano parlato dei suoi rapporti con le cosche, ma la sua posizione era stata archiviata. Al momento gli inquirenti, a causa delle indagini ancora in corso, non entrano nel merito delle accuse, anche se collocano la sua figura all’interno di una brutta storia di mafia, politica e imprenditoria, con un unico denominatore comune: il cemento.
Sono gli stessi inquirenti, insieme al procuratore generale della Repubblica di Palermo, Francesco Messineo a descrivere, in una conferenza stampa a Palermo, gli sviluppi dell’inquietante vicenda.

La Medi Cementi è un’impresa alcamese che fornisce calcestruzzo per lavori sia pubblici che privati, dove si sono succeduti diversi amministratori, tutti sconosciuti prestanome che non hanno mai varcato la soglia dei cancelli. In realtà il vero titolare e amministratore dell’azienda era Diego Melodia, reggente della famiglia mafiosa di Alcamo.
A curare l’altalena dei prestanome per conto dei Melodia era l’avvocatessa Francesca Adamo. “Se vi servono teste di legno, non c’è problema. Io sono qua, ho le persone giuste” dice l’avvocatessa in un’intercettazione delle forze dell’ordine.
Da lunedì scorso la società è sotto sequestro preventivo con quote societarie, beni mobili e immobili per più di un milione di euro.

Le forniture di calcestruzzo venivano di fatto imposte agli imprenditori edili, con minacce, incendi e danneggiamenti, non prima di avere fatto tabula rasa delle altre imprese operanti nel settore, sempre con le stesse intimidazioni e attraverso degli incontri con la criminalità organizzata di Partinico per chiarire una volta per tutte che le aziende del palermitano avrebbero dovuto operare solo nella loro provincia e che non sarebbero state più tollerate interferenze nella città di Alcamo. Infatti per un bel po’ di tempo in città si vedevano solo i camion della Medi Cementi. D’altra parte sembra che la famiglia Melodia fosse la referente del mandamento di Alcamo nel confronti della famiglia Lo Piccolo di Palermo.
A mettere in allarme le forze dell’ordine pare sia stata una serie di reiterate minacce e danneggiamenti nei confronti di un piccolo imprenditore che si riforniva alla Italcementi di Borgetto, risultata anch’essa oggetto di intimidazioni.

A Complicare le cose ci si mette anche un incidente sul lavoro accaduto ad un operaio in nero della stessa Medi Cementi. Al pronto soccorso dell’ospedale di Alcamo, l’operaio dice di essersi fatto male sul posto di lavoro e viene compilato il relativo certificato.
Il boss Melodia si rende subito conto che un fatto del genere potrebbe portare alla chiusura dell’impresa e per salvare la società si rivolge a Pietro Pellerito, sindacalista della Fials, consigliere provinciale dell’Udc e infermiere al pronto soccorso dell’ospedale di Alcamo. Il Pellerito contatta il medico Arcangelo Calandra e il certificato originario sparisce, sia nella sua forma cartacea che dalla memoria dei computer. Al suo posto ne spunta un altro che parla di incidente stradale. Per i due però è scattato il divieto di dimora nella città di Alcamo.
Emerge prepotentemente una Sicilia corrosa da stagnanti intrecci tra politica, imprenditoria e mafia. Una mafia purtroppo ancora lontana dall’essere davvero debellata.

sabato 25 ottobre 2008

"Riforma" Gelmini, una scure da 8 miliardi di euro

Chissà se prima di essere nominata ministro, la Gelmini sapeva già che il suo ministero della pubblica istruzione sarebbe stato in realtà un’appendice del ministero dell’economia e delle finanze.
Una sorta di cavallo di Troia usato dal governo per tentare di risanare i propri debiti, mascherando da riforma un sistema di tagli indifferenziato, foriero di un regresso senza precedenti nel mondo dell’istruzione del nostro paese.
Alla fine però se ne sono accorti tutti e la stessa Gelmini ha dovuto ammettere che il decreto comporta 7,8 miliardi di euro di tagli alla Scuola.
Ormai solo tra i fedelissimi chiamano ancora “riforma” quello che in realtà si è rivelato un vero e proprio colpo di scure all’istruzione scolastica.

Politici, sindacalisti, insegnanti, precari, da tempo dicono la loro sui giornali e in tv, ma sempre più di rado si fa riferimento ai contenuti del decreto, al punto che da pochi giorni qualcuno ha sostituito il concetto di “maestro unico” con quello di “maestro prevalente” del quale, manco a dirlo, nel decreto non c’è nessuna traccia.
Per farsi un’idea basta leggersi gli otto articoli che compongono il “taglio Gelmini” proprio dal sito del governo(http://www.governo.it/Governo/Provvedimenti/testo_int.asp?d=40106) .
Quello che colpisce, oltre al titolo, “Disposizioni urgenti in materia di istruzione e università", sono le premesse: “Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di attivare percorsi di istruzione di insegnamenti relativi alla cultura della legalità ed al rispetto dei principi costituzionali…

Poi abbiamo gli articoli.
L’articolo 1 (“Cittadinanza e costituzione”), parla appunto di educazione alla cittadinanza, anche se nel secondo comma si legge “All’attuazione del presente articolo si provvede entro i limiti delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente” che, tradotto in italiano, vuol dire “sempre che ci siano i soldi”.
L’articolo 2 (“Valutazione del comportamento degli studenti”) introduce la certezza della bocciatura con un voto in condotta inferiore a sei decimi.
L’articolo 3 (“Valutazione del rendimento scolastico degli studenti”) reintroduce il voto espresso in decimi, sia per la scuola primaria che per quella secondaria. Come una volta. Che nostalgia!
L’articolo 4 (“Insegnante unico nella scuola primaria”) è il vero cavallo di battaglia del decreto: «Nell'ambito degli obiettivi di contenimento di cui all'articolo 64 del decreto-legge 25 giugno 2008 (più banalmente: dovendo risparmiare 8 miliardi di euro) le istituzioni scolastiche costituiscono classi affidate a un unico insegnante e funzionanti con orario di 24 ore settimanali. Nei regolamenti si tiene comunque conto delle esigenze, correlate alla domanda delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo-scuola». In pratica la scuola durerebbe per i bambini 24 ore, potendo aumentare il tempo scuola in relazione alle domande delle famiglie. Ma le famiglie pagheranno extra questo costo? Ovviamente non c’è scritto. Magari si saprà qualcosa quando ci saranno i regolamenti attuativi. Ovviamente nessuna traccia del fantomatico maestro prevalente.
L’articolo 5 (“Adozione dei libri di testo”) costringe gli editori a non far cambiare il libro per almeno cinque anni. Ottimo. Speriamo però che gli editori non diluiscano i loro mancati ricavi sul costo del singolo libro.
L’articolo 6 (“Valore abilitante della laurea in scienze della formazione primaria”) dice che i laureati in scienze della formazione primaria, in seguito ad un tirocinio, saranno automaticamente abilitati all’insegnamento nella scuola dell'infanzia e nella scuola primaria. Insomma niente più soldi per i corsi di abilitazione.
L’articolo 7 (“Sostituzione dell’art.2, c. 433 della legge 24/12/2007, n.244”) dice che al concorso per l’accesso alle scuole di specializzazione mediche possono partecipare tutti i laureati in medicina e chirurgia, a patto che si abilitino per l’esercizio dell’attività professionale prima che iniziano i corsi di specializzazione.
L’articolo 8 (“Norme finali”) riguarda l’entrata in vigore del decreto. Anche se al primo comma si legge: “Dall'attuazione del presente decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. E ci mancherebbe, la “riforma” è stata proposta proprio per tagliare le spese. Ma non si sa mai, il legislatore è sempre cauto.

Intanto, mentre si stanno tagliando i viveri alla scuola, che rappresenta il vero futuro del paese, Roberto Cota della Lega Nord, dopo la valanga di critiche e proteste, chiede: “Scusate, ma in che punto questa riforma non va bene”?

sabato 18 ottobre 2008

Niente pranzo all'asilo, non ci sono i soldi

Negli asili del comune di Castelvetrano i bambini non pranzano più. E non perché facciano i capricci, ma semplicemente perché non c’è niente da mangiare.
Ai genitori hanno proposto di mettere nel cestino dei figli il classico panino, oppure di venirseli a prendere all’ora di pranzo, portarseli a casa a mangiare e riportarli nel primo pomeriggio.
Fino all’anno scorso i genitori pagavano una quota di circa un euro e il comune assicurava il pranzo ai loro bambini. È dalla fine delle vacanze estive però che negli asili della città non si pranza più; pare che il comune non abbia i soldi per il rinnovo del servizio. Almeno è così che si sono sentiti rispondere gli increduli genitori.
Il bilancio di previsione del 2008 però ha previsto più di 2 milioni e mezzo per i servizi sociali e il sindaco Gianni Pompeo, a fine maggio scorso, aveva tenuto a sottolineare di “aver mantenuto inalterata la pressione fiscale sui cittadini, continuando ad essere uno dei pochi comuni italiani a non applicare l’addizionale Irpef”.
Insomma una sorta di magia, se consideriamo che il comune non ha più le entrate dell’ICI sulla prima casa.
Ammettendo pure che i 58 milioni di euro approvati dal consiglio comunale siano davvero un importante strumento finanziario per i cittadini, ci si chiede quanto tempo ci voglia affinché i soldi deliberati sulla carta possano trasformarsi in soldi veri.
Se associazioni, emittenti, fondazioni e consulenti esterni possono aspettare, siamo sicuri che sia opportuno far aspettare anche i bambini dell’asilo?
Speriamo che l’assessore per l’assistenza e solidarietà sociale si faccia sentire o che la sensibilità di qualche associazione locale possa prendersi a cuore il problema ed attivarsi anche come sprone nei confronti dell’amministrazione comunale. O anche loro non hanno ancora ricevuto il proprio contributo dal comune?

venerdì 17 ottobre 2008

Rifiuti, Belice Ambiente indebitata per 20 milioni di euro

Scoperture bancarie, tributi non pagati, insolvenze verso i fornitori; ammontano a circa 20 milioni di euro i debiti della Belice Ambiente SPA, società sotto-capitalizzata che gestisce la raccolta dei rifiuti in tutta la valle del Belice.
Debiti accumulati nonostante il prestito di 5 milioni di euro da parte della Banca Nazionale del Lavoro.
Il presidente della regione siciliana Raffaele Lombardo, già dal suo insediamento, mette subito in chiaro che 27 ATO in Sicilia sono troppi; annuncia subito tagli e creazione di consorzi.
I sindaci soci della Belice Ambiente insorgono, non ci stanno: da circa un paio d’anni si sono ridotti gli amministratori, non hanno più perdite di esercizio e fanno la raccolta differenziata.
Insomma sono diventati bravi: non lo fanno più.

Peccato però che i 20 milioni di euro di debiti siano ancora lì; che il pericoloso percolato della discarica di Castelvetrano sia finito nel sottosuolo; che i lavori di messa a norma della stessa discarica prescritti dal ministero dell’ambiente non siano stati del tutto completati nonostante le proroghe; che le tariffe siano state determinate dalla società e non dai singoli comuni, come prevede la legge fino ad oggi.
Questa delle tariffe è storia antica.
L’amministratore unico Francesco Truglio sostiene che “chi afferma che le tariffe debbano essere determinate dai comuni trae in inganno i cittadini. Il codice ambientale (l’ultimo del 2006) parla chiaro – dice Truglio - e assegna la competenza alle Autorità d’Ambito”.
A smentirlo però è il Garante del Contribuente per la Sicilia: “Per costante giurisprudenza – scrive l’organismo presieduto dal professore avvocato Pellingra – le tariffe vanno deliberate dal comune”.
Sarà per questo che i ricorsi dei cittadini sono stati praticamente tutti vinti.
Inoltre il nuovo codice ambientale non è certo una legge regionale, ma un decreto del Presidente della Repubblica per cui, in assenza del decreto attuativo (che fino ad oggi non s’è visto), in nessun ambito d’Italia la tariffa può essere determinata dalla società, ma sempre dai comuni, col risultato che anche nei primi mesi del 2008 l’Italia è stata coperta da una pioggia di deliberazioni comunali. Tranne che in Sicilia, dove evidentemente piove assai di rado.

Curiosamente le virtù di questa società si basano sui dati diffusi dal proprio ufficio stampa e se le percentuali di raccolta differenziata scendono non è mai colpa della società d’ambito, ma dei cittadini che fanno i furbi. È il caso di Gibellina, dove il sindaco Vito Bonanno, presidente dell'assemblea di coordinamento intercomunale in seno alla Belice Ambiente, bacchetta i propri cittadini perché mettono nel sacco dell’indifferenziata anche i rifiuti che dovrebbero essere differenziati, facendo scendere la percentuale dal 65% nel dicembre 2007 al 28% nel febbraio 2008. Che cosa possa aver provocato questa drastica riduzione in meno di due mesi è ancora un mistero. È come se di colpo la metà dei cittadini gibellinesi avessero deciso in massa di non differenziare, spinti da un incomprensibile desiderio anticivico.

Anche l’informazione per i cittadini non è stata proprio il massimo: “con la raccolta differenziata porta a porta si risparmia”. Non è vero. Almeno non a breve scadenza.
Se così fosse, il presidente dell’assemblea intercomunale di controllo, Vito Bonanno non avrebbe certo affermato che “l’obiettivo dell’Ato è quello di abituare i cittadini al conferimento diretto nei centri di raccolta proprio per ridurre i costi”.
E poi i centri di raccolta sono attrezzati solo per vetro, carta e plastica. E l’umido?
E ancora: se nelle città, con le sole isole ecologiche, il cittadino differenzia in modo massiccio e riesce ad avere l’agognato 15% di riduzione della tariffa, avrà davvero risparmiato rispetto alla tariffa precedente, quella relativa all’epoca dell’indifferenziato?
No. Perché il 15% è riferito alla tariffa corrente, non a quella precedente. E la tariffa corrente è aumentata dai costi delle nuove implementazioni (isole ecologiche, campagne pubblicitarie e via pattumando).

Intanto ecco le nuove attenzioni della politica ai debiti, alle clientele e all’inquinamento della Belice Ambiente.
Ma chi sono questi paladini in difesa dei cittadini?
Considerando che Mazara del Vallo è il comune dell’ambito con la quota societaria maggiore, attualmente amministrato dal Pd, proviamo a farci delle domande.
Di quale partito fa parte il candidato sindaco favorito per le amministrative del prossimo anno a Mazara? Di quale partito fa parte l’assessore provinciale che ha fatto scoppiare il caso dei conti in rosso e delle clientele della società? E il deputato che ha denunciato l’inquinamento della discarica di Castelvetrano, con tanto di interrogazione al consiglio dei ministri?
Sono tutti dello stesso partito: PDL.

Che si stiano gettando le basi per una diversa spartizione della torta?
Destra o sinistra, in Sicilia è difficile che le aziende possano mantenersi sane maneggiando soldi pubblici. I nostri soldi.

mercoledì 8 ottobre 2008

I cani di quartiere e gli insulti del giornalista

Il “cane di quartiere” è un cane che è stato rimesso nel territorio, dopo essere stato sterilizzato e microchippato da parte del comune, con la collaborazione di persone disponibili a fornirgli nutrimento ed acqua.
In pratica è il comune che valuta se il cane è idoneo ad essere rimesso nel quartiere da dove è stato prelevato.
A Selinunte però (come in tanti altri luoghi d’Italia) l’intolleranza e la paura nei confronti dell’animale libero sono molto diffuse, così come lo sono alcune errate convinzioni secondo cui “il cane è di proprietà di chi gli fornisce il cibo”.
Il proprietario dei cani del porto è il comune di Castelvetrano che, in base alla normativa vigente ha ritenuto compatibile la loro presenza nel territorio.
Probabilmente però queste informazioni non sono state adeguatamente diffuse, con la conseguenza che l’intolleranza nei confronti dei cani è aumentata, estendendosi a volte anche a chi dà loro da mangiare, secondo l’assunto che “se si smette di nutrirli, loro se ne vanno”.

Domenica scorsa a Selinunte è successa una cosa davvero singolare.
Mi trovavo con degli amici, di fronte al porto davanti casa mia, quando due cani cominciano ad abbaiare ad uno scooter. Il centauro, un giornalista locale, si ferma e mi chiede di chi siano i cani. Io rispondo che sono del comune e lui, dopo avermi urlato che in realtà sono miei, perché stanno sempre buttati davanti casa mia e io do loro da mangiare, parcheggia e si attacca al cellulare. Intanto passa una macchina scura che, dopo aver portato su di giri il proprio motore con una serie di sapienti accelerate, diventa oggetto di interesse dei cani che ricominciano ad abbaiare.
A quel punto la macchina scura tenta di investirli sgommando avanti e indietro, fino ad abbandonare la piazza con tanto di stridore di gomme, supportata dalla dialettale approvazione del giornalista che nel frattempo aveva terminato la sua telefonata.
Un passante, incuriosito dalle strane manovre, mi chiede: “Ma era ubriaco?”
Io rispondo ironicamente che sarà colpa dei cani, mentre il giornalista continua ad urlarmi contro: “Il problema è il cane uomo, caro psicologo del cazzo!” (riferendosi alla mia laurea in psicologia, almeno per quanto riguarda la prima parte dell’epiteto).
A questo punto mi avvicino e chiedo il perché di quella plateale offesa ma lui, rendendosi conto del guaio in cui si stava cacciando, nega tutto e ritorna a parlare dei cani e di quanto sia sbagliato che io dia loro da mangiare. Intanto arrivano i vigili urbani che avevano ricevuto la sua segnalazione; si rendono subito conto che nessuno sta per essere sbranato e, pur constatando che a volte i cani abbaiano dietro qualche motocicletta, riservandosi di fare una segnalazione al canile, non capiscono che cosa il giornalista pretenda da me. E sinceramente faccio fatica a capirlo anch’io, dato che le sue argomentazioni hanno raggiunto quella circolarità improduttiva che non approda ad alcuna richiesta.
Alla fine il giornalista si calma e dandomi la mano mi chiede: “Allora a posto?”
Io gli rispondo che questa stretta di mano non elimina certo l’eventualità della querela e lo saluto.
La sera parlo dell’accaduto al telefono con un mio amico avvocato di Milano che mi fa:
“Non puoi escludere che il giornalista, avendo molti amici, ricostruisca con tanto di testimoni una versione alternativa dei fatti e ti faccia una controquerela. Oppure potrebbe dichiarare che l’hai offeso anche tu e in questo caso l’art. 599 del codice penale stabilirebbe che non siete entrambi punibili perché le offese reciproche vengono compensate.”
“Beh – dico – allora non querelo nessuno. Ma almeno posso pubblicare un post su internet dove descrivo quello che è successo?”
“Ma nemmeno per sogno; potrebbe denunciarti per diffamazione”.
“Ma dai, questa è bella: lui mi dice “psicologo del cazzo” e vengo denunciato io?”
“Senti, purtroppo tra la realtà giuridica e quella di senso comune c’è una bella differenza; il post in internet puoi anche pubblicarlo, ma niente nomi. Già stai sulle balle a politici e giornalisti, io eviterei di mettere altra carne al fuoco. Un’altra cosa: mi sa che i cani staranno lì ancora per poco. In una piazza come quella gli esercenti hanno tanti amici, e se i cani infastidiscono i clienti…sai com’è, in un modo o nell’altro (incidenti, segnalazioni di gruppo o raccolta firme) riusciranno a farli sloggiare.”

Messaggio ricevuto: niente querela e niente nomi nel post. Oggi anche scrivere su chi ti offende può essere pericoloso.