"L'offesa alla verità sta all'origine della catastrofe." (Sofocle, Edipo re)

domenica 29 marzo 2009

Fratelli d’Italia, la massoneria da Licio Gelli a Castelvetrano

Fratelli d’Italia, di Ferruccio Pinotti, edito dalla Bur, è una disamina molto articolata della massoneria e delle sue implicazioni. La realtà delle logge massoniche è vista nella sua doppia faccia: una ufficiale, carica di valenze filosofiche, con figure storiche di indubbio spessore (da Foscolo a Quasimodo, da Mameli a Voltaire). L’altra, molto sinistra e buia, è quella della trasformazione delle logge in comitati d’affari, quella dei rapporti con la criminalità organizzata e con i servizi segreti deviati.
Quando si parla di massoneria ormai viene subito in mente la Loggia P2, ma oggi le principali famiglie massoniche italiane sono 3: Il Grande Oriente d’Italia, la Gran Loggia Nazionale d’Italia e la Loggia Regolare d’Italia. Gli iscritti sono sempre in crescita e, se si contano anche le altre obbedienze “irregolari”, si supera il numero di 30mila adepti nel territorio nazionale.
Sono dati da brivido se si tiene presente che gli aderenti dell’Opus Dei (in Italia) sono poco più di 5000.

Nel libro di Pinotti ci sono le interessanti confessioni di Giuliano Di Bernardo, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1990 al 1993, oggi professore di Filosofia della scienza all’Università di Trento: <<Sono stato ai vertici della massoneria e oggi posso parlarne con disincanto>>, <<Gli americani si convinsero che Gelli avesse la capacità di arginare il pericolo comunista>>, <<Oltre a dargli tutti i soldi che gli servivano, fecero pervenire ai politici più potenti un messaggio chiaro: mettetevi all’obbedienza di Gelli>>, <<In molti hanno cominciato a credere che, se si voleva un “favore”, bisognava passare dalla sua struttura. Di coloro che si rivolgevano a Gelli, otto su dieci ottenevano qualcosa>>.
Avvincenti le rivelazioni dell’ex Presidente della Repubblica Cossiga, dello stesso Gelli e i rapporti inquietanti della massoneria con la finanza, con la Chiesa e con i poteri criminali.
Misteriose le vicende del centro Scontrino di Trapani che, tra i suoi affiliati segreti, negli anni 80 accoglieva funzionari del comune e della provincia, imprenditori, commercianti e boss mafiosi, descritto da Attilio Bolzoni come “una super loggia legata alla P2, uno scandalo che scopre l’ultimo intreccio tra mafia, armi e droga” con una serie di nomi e storie che portarono gli investigatori a considerarla una sorta di cupola, un “supercomitato che decide nella città di Trapani”.

Molto interessanti anche le rivelazioni di Vincenzo Calcara, ex boss di Castelvetrano (Trapani) che, incaricato di uccidere Paolo Borsellino, decide all’ultimo momento di collaborare con la giustizia, sviluppando col giudice un rapporto di fiducia e di amicizia: <<Poco prima della strage, Borsellino si era appuntato le prossime rivelazioni che avrei poi verbalizzato>>, <<Esiste un grosso collegamento tra la loggia massonica di Castelvetrano, Campobello e Trapani e l’organizzazione mafiosa che milita in quella zona. Infatti il Vaccarino è un massone, e anche l’avv. Pantaleo di Campobello>>.
Degno di nota anche un misterioso viaggio, in cui Vincenzo Calcara porta con se due valigie contenenti cinque miliardi di lire l’una, in macchina da Castelvetrano a Roma. Un viaggio considerato molto credibile dai PM, così come lo stesso pentito Calcara è stato giudicato un collaboratore attendibile da diverse sentenze dei Tribunali di Palermo e di Marsala, in grado di fornire “formidabili riscontri” sul traffico di stupefacenti di Cosa Nostra.

Pare sia stato proprio dalla casa di Francesco Messina Denaro a Castelvetrano che le due valigie avrebbero iniziato il loro viaggio in macchina.
Il PM Luca Tescaroli scrive: <<In quella casa Vincenzo Calcara aveva visto “una delle due valigie aperta e tutta piena di soldi da carte di 100 mila”. Vi erano presenti il maresciallo Donato Giorgio (con il quale era arrivato da Milano), Tonino Vaccarino, l’onorevole Vincenzo Culicchia di Partanna, della Dc, Stefano Cannata, Stefano Accardi, l’onorevole Enzo Leone del Partito socialista, Giuseppe Marotta, Vincenzo Furnari>>. I dieci miliardi sarebbero finiti nelle mani di Roberto Calvi, ma poco dopo sarebbero andati persi. <<Lì fu decisa la sentenza di morte di Calvi – giura Calcara – in una riunione molto tesa, in cui oltre a Bernardo Provenzano erano presenti anche un cardinale, un politico e un uomo della massoneria>>.

Quello di Ferruccio Pinotti si rivela quindi un libro molto esaustivo sull’argomento massoneria, con una cronologia di fatti e intrecci che vanno dalla riunione Torinese del giugno 1945, in cui un gruppo di grandi industriali, tra cui Pirelli, Piaggio ed altri, cercano di decidere i piani per la “lotta al comunismo”, fino ai giorni nostri con l’inchiesta guidata da De Magistris, che chiama in causa una “lobby d’affari” costituita da massoni, politici, imprenditori e funzionari dello stato.

lunedì 23 marzo 2009

Le aperture domenicali e il riposo degli impiegati

Di domenica, fino a non molto tempo fa, i negozi e i centri commerciali rimanevano chiusi.
Questa consuetudine è ancora in uso nella maggioranza dei comuni d’Italia, ad eccezione di quelli che abbiano ottenuto lo status di comune ad economia prevalentemente turistica e “Castelvetrano-Selinunte” è uno di quelli.
Certo, qualcuno obietterà che i turisti in giro per Castelvetrano, soprattutto lontano dalla stagione estiva, non si vedono neanche in cartolina, ma non importa; lo status di città a vocazione turistica è stato ottenuto ed esteso a più di dieci chilometri di distanza dal parco archeologico, per cui è possibile sfruttarlo.
In questo caso infatti è previsto che il comune stesso, in concertazione con le associazioni sindacali dei lavoratori, le associazioni dei consumatori e le organizzazioni delle imprese del commercio più rappresentative, possa andare in deroga alla legge Bersani del 1998, stabilendo autonomamente le aperture domenicali.

A Castelvetrano, un’ordinanza ha portato le “domeniche aperte” a 44. Considerando che in un anno ce ne sono circa 48, il tutto assume le caratteristiche di una vera rivoluzione commerciale.
Dal comparto ci si aspetterebbe quindi un aumento di stipendi e di posti di lavoro, ma le paghe sono sempre le stesse e, al posto di aumentare il personale per far fronte alle turnazioni, stranamente si assiste addirittura ad alcuni licenziamenti.
A parte il centro commerciale Belicittà, nato già con una struttura di personale adatto a turnazioni per orario continuato e aperture festive, gli altri centri sembrano sostenere le aperture domenicali quasi per magia.
Ma il trucco c’è e come sempre non si vede: sono gli impiegati. Su di loro grava infatti la scelta di stare aperti la domenica e spesso, non essendo previste le turnazioni, viene loro tolto l’unico giorno di riposo che hanno, appunto la domenica.

Alessandra Cascio, Consigliere comunale di AN, propone di chiudere il lunedì, sottolineando il vantaggio per l’azienda di non pagare il lavoro domenicale come straordinario e quello dell’impiegato, di avere “un giorno a disposizione da potere dedicare alla famiglia”.
Non occorre però perdere di vista che il giorno di riposo settimanale è un diritto costituzionalmente garantito ed irrinunciabile. Si tratta di uno stacco di 24 ore consecutive alla settimana che, se non fruite, danno diritto al riposo compensativo. Ma il riposo, che spetta di diritto, non può essere certo considerato oggetto di mediazione.
Chiudendo il lunedì, l’azienda non pagherebbe il lavoro domenicale come straordinario, ma sarebbe costretta a pagarlo come festivo, ovvero corrispondendo al dipendente il 30% in più.
Inoltre, si lavorerebbe 6 giorni a settimana (da martedì a domenica) per un totale di 48 ore per dipendente, anche se il Contratto Nazionale del Lavoro (settore commercio) prevede un massimo di 40 ore settimanali, per cui ne avanzerebbero 8, che dovrebbero essere pagate come straordinario o essere “recuperate” con due mezze giornate libere.
Se poi consideriamo che l’impiegato ha diritto a 26 giorni lavorativi di ferie all’anno, più i permessi, la tredicesima e, in taluni casi anche la quattordicesima, diventa chiaro che le aziende che non hanno la necessaria “forza lavoro” dovrebbero assumere del personale in più. Invece non solo non ci sono assunzioni, ma il segretario della locale Cisl Vincenzo Armato conferma anche alcuni licenziamenti.

Spesso la realtà è diversa da come la si rappresenta e a volte è fatta di consuetudini che poco hanno a che fare con i diritti dei lavoratori.
L’anno scorso infatti, stare aperti per tutto il mese di dicembre ha comportato per molti impiegati un “riposo” complessivo di soli tre giorni: le feste di Natale, di S.Stefano e dell’Immacolata.
Certo, i dati non sono confermati ed è naturale che non lo siano, anche perché gli unici in grado di confermarli sarebbero gli stessi dipendenti che, temendo di perdere il proprio posto di lavoro, sono costretti a subire sulla loro pelle, politiche commerciali più grandi di loro. Non meraviglia poi più di tanto se le aperture domenicali non trovano d’accordo gli impiegati. Molto semplicemente, se non vogliono lavorare di domenica, non è perché siano in disaccordo nella scelta del giorno di riposo settimanale, ma perché alla fine si tratterebbe di lavorare un giorno in più, rinunciando ancora una volta ai propri diritti, spesso calpestati nel nome di un’economia della quale purtroppo faticano a far parte.

Egidio Morici per "L'isola"
quindicinale di informazione per la provincia di Trapani

venerdì 20 marzo 2009

Lo Strano caso del Dr Strauss – Kahn: quando le istituzioni internazionali parlano troppo

Milano, Luca Fornaroli

Sono andato per curiosità a rivedere alcune dichiarazioni fatte da Dominic Strauss-Kahn, direttore generale del FMI (Fondo Monetario Internazionale), nel giugno 2008 sul prezzo del petrolio. Il nostro, da una parte sosteneva che l'arrivo di una recessione mondiale era probabile, ma che tuttavia i dati del primo trimestre dell'economia USA non la confermavano; dall'altra, prevedeva, influenzando i mercati, che il prezzo del petrolio sarebbe salito entro la fine del 2008 a $200 al barile. Curiosamente gli faceva eco l'AD di Gazprom che dichiarava che il barile avrebbe toccato addirittura i $250.

Se il direttore generale del FMI rilascia dichiarazioni di tal genere - visto l'autorevolezza dell’istituzione da cui arrivano – il rischio più probabile è che esse possano turbare soprattutto quei mercati dove il prezzo del bene non corrisponde alle transazioni fisiche dello stesso, ma ai contratti sui future che, nel caso del petrolio, rappresentano il 90% del prezzo del barile. In altri termini, la volatilità del prezzo nel breve termine non è legata al meccanismo di domanda/offerta, ma alle comunicazioni ed alle previsioni sul suo stesso andamento. Le stesse considerazioni, con percentuali di incidenza un po’ minori, possono essere fatte per qualsiasi tipo di commodity, cereali e derrate alimentari comprese.

Sorprende ancor di più che la stessa FAO abbia nel 2008 fatto previsioni catastrofiche per il mercato cerealicolo: i prezzi subito dopo andarono alle stelle, creando non pochi problemi ai paesi a basso tasso di sviluppo economico.

Dopo qualche mese i prezzi sono crollati a causa della vendita massiccia dei future e a causa del falso allarme sulla scarsità di derrate alimentari, ma nessuno sembra ricordarsi delle previsioni a dir poco sorprendentemente sbagliate dell’ineffabile Dr Strauss Kahn o dei burocrati terzomondisti delle agenzie ONU. Giornali e ONG preferiscono perdere tempo in sterili discussioni – molto italiche – sui guasti prodotti dal neoliberismo e dagli aggiustamenti strutturali del FMI (che non vengono più praticati da una decina d’anni) e su filosofiche, quanto razziste, dissertazioni sull’immoralità dell’esportazione del nostro modello di sviluppo rispetto al dovere di preferire povertà e fame al capitalismo infame.

In questa mirabile concezione che sembra descrivere tra le righe un “fardello dell’uomo bianco” alla rovescia, ci si concentra sulla pagliuzza e non si vede la trave: non si può fare a meno di sospettare che i prezzi delle commodity siano stati tenuti volutamente alti (cui profuit?) e che le istituzioni internazionali fossero attori consapevoli di questa forma di aggiottaggio. Se non fosse così, vorrebbe dire che al FMI e alle Nazioni Unite siedono degli utili idioti. Preferisco Kipling.

Luca Fornaroli
(Milano)

martedì 10 marzo 2009

Casa comunale, si parcheggia nel fango

La nuova casa comunale in via della Rosa, sorta in un terreno confiscato a Francesco Geraci, prestanome di Totò Riina, ha ricevuto premi e riconoscimenti, anche da importanti riviste.
Ma, al di là valore estetico della sua architettura, dopo circa otto mesi l’edificio non ospita ancora tutti i suoi uffici comunali. Certo, il territorio di Castelvetrano è abbastanza vasto e sarebbe assolutamente normale trovare degli uffici succursali in varie zone. Purtroppo però ad essere sparsi qua e là non sono gli uffici distaccati ma ancora quelli principali, dislocati in varie zone anche molto distanti tra di loro. Chi si reca alla casa comunale, magari provenendo dalla periferia opposta (necessariamente in auto per carenza di collegamenti pubblici), è meglio che abbia le idee ben chiare su quale ufficio rivolgersi, perché il rischio di essere spediti in un altro ufficio di una zona diversa è molto alto.

Si dirà: almeno nella nuova sede si potrà parcheggiare. Ma questa è un’altra nota dolente.
Infatti il parcheggio intorno alla casa comunale non esiste ancora. C’è soltanto uno spazio terroso che se piove si trasforma in un’area di fango impraticabile, con enormi pozzanghere.
In molti si sono chiesti perché il comune non ha ancora provveduto ad asfaltare gli spiazzi e ancora una volta la risposta sta in due paroline inglesi: project financing. Vuol dire che a realizzare i parcheggi dovrà essere un’impresa che appronterà tutte le spese occorrenti per poi essere ripagata dai flussi di cassa prodotti dall’opera realizzata. E di questi tempi, ci vuole un bel coraggio.
Infatti l’avviso di project financing c’è da novembre del 2007 e prevede una spesa di 1.700.000 euro. Ma chi asfalterebbe mai a proprie spese un’area così vasta, per poi guadagnarci con le tariffe della sosta a pagamento? Si è cercato quindi di attirare le grosse imprese con un guadagno di diverso genere: la vendita di energia elettrica attraverso dei pannelli fotovoltaici montati sulle pensiline dei parcheggi.



Ecco che allora, nell’avviso del Comune, uno degli elementi qualitativi del progetto riguarda proprio la produzione di energia elettrica mediante conversione fotovoltaica.
Ora, l’ottimismo sarà anche il sale della vita, ma dei lavori che sarebbero dovuti iniziare prima della scorsa estate, annunciati come “la prima opera del 2008 realizzata totalmente a carico dei privati, senza alcun contributo pubblico”, fino ad oggi non se ne è ancora vista traccia.
Intanto, mentre le forti piogge di questo inverno hanno prodotto degli avvallamenti nel terreno che cominciano a costituire un pericolo per le auto che cercano di districarsi in quel disordinato pantano, tutto sembra fermo, nell’attesa di una coraggiosa cordata di imprenditori che possa risolvere il problema. E qui il coraggio ci vuole davvero, altro che Alitalia. Qui i soldi bisogna tirarli fuori tutti e in anticipo.

Egidio Morici per "L'isola"
quindicinale di informazione per la provincia di Trapani

lunedì 9 marzo 2009

Le tombe fantasma

Troppi defunti e poche tombe nel cimitero di Castelvetrano.
Viste le richieste in continua crescita, almeno quelle, nonostante la crisi, il comune ha pensato bene di acquisire quelle abbandonate o con concessione scaduta per assegnarle ai nuovi richiedenti.
Un po’ come i conti dormienti di Tremonti.
Il capo servizio del Cimitero, dopo una ricognizione, produce un elenco delle sepolture che potrebbero essere oggetto di nuove assegnazioni.
Ma negli uffici preposti non esiste corrispondenza tra le richieste di concessione attivate e i nominativi riportati sulle lapidi delle tombe, quindi diventa impossibile individuare gli intestatari originari delle concessioni.

Si rivela allora risolutiva un’ordinanza del sindaco, in cui si dispone di attaccare sulle tombe candidate all’acquisizione, delle etichette con su scritto: Presunto decennale scaduto, sono in corso gli atti per il recupero del posto”.
Semplice: se nessun parente viene a lamentarsi vorrà dire che le sepolture sono abbandonate e il comune potrà acquisirle per poi vendere il posto ai nuovi richiedenti.
All’eventuale parente viene data la possibilità di inoltrare osservazioni, opposizioni o ricorsi soltanto per i 30 giorni della pubblicazione all’albo pretorio, al di là dei quali non potrà più pretendere nulla.
Ma non tutti i cittadini hanno l’abitudine di dare un’occhiatina giornaliera all’albo pretorio del comune e allora una copia dell’ordinanza viene affissa al cimitero, sulla parete dell’ufficio del custode, “ben visibile a chi vi accede” recita la stessa ordinanza, come se i cittadini, prima di andare a far visita ai propri morti, passassero prima a salutare il custode.

La data dell’ordinanza è del 20 novembre 2007 (18 giorni dopo la commemorazione dei defunti) e rimane affissa all’albo pretorio per 30 giorni, a cominciare da qualche giorno prima di Natale, un periodo in cui l’afflusso di gente al cimitero non è certo ai suoi massimi.
Durante l’estate scorsa, un castelvetranese di 76 anni, G.M., dopo un periodo vissuto al nord dal figlio, ritorna in paese e va a far visita ai propri defunti. Nella tomba dei suoi zii trova l’etichetta nera con la scritta del presunto decennale scaduto e chiede spiegazioni al custode che lo rimanda agli uffici cimiteriali del comune. Lì gli spiegano che la tomba è in “svecchiamento” a causa della concessione scaduta e che il posto è stato già assegnato ad un nuovo richiedente. I resti dei suoi zii invece possono essere messi da un’altra parte, a spese del comune. Il signore protesta, ricordando un contratto perpetuo, ma si sente rispondere che le concessioni perpetue non esistono più da tempo perché trasformate tutte in contratti a tempo determinato. Ma lui non si dà per vinto e tornando a casa si mette alla ricerca di questo contratto, lo trova e va dall’avvocato che gli spiega che la concessione perpetua può essere modificata solo in caso di soppressione del cimitero. Dopo aver inviato una lettera al comune, la procedura viene annullata e gli zii rimangono al loro posto.

In questo caso, la concessione perpetua era degli anni trenta e le persone che riescono a conservare un documento per così tanti anni, magari passandolo da padre in figlio, sono davvero poche.
Il caso della signora A.Z. infatti ha un epilogo molto diverso. La signora trova la solita etichetta sulla tomba dei propri genitori, ma non riesce a trovare il relativo contratto di concessione. Il comune le comunica che i 30 giorni entro cui avrebbe potuto vantare i propri diritti, sono già passati e che dai loro schedari non esiste alcuna concessione a nome dei suoi genitori.
Ma come recita la stessa ordinanza (n. 330 del 20/11/2007), nei registri non c’è la possibilità di collegare i nomi scritti sulla lapide col titolare della concessione
Sostanzialmente è come se il comune dicesse: “caro cittadino, non abbiamo la possibilità di recuperare il documento di concessione per dimostrarti che il decennale è scaduto. Quindi, se tu non sei in grado di dimostrare il contrario, noi acquisiamo la tomba e la concediamo ad un nuovo richiedente”.

La signora, in lacrime, avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di far rimanere i suoi genitori al loro posto e il comune, mosso a compassione, le è venuto incontro, dandole la possibilità di ricomprare la sepoltura, con i suoi genitori all’interno.
Da un lato è stata fortunata, perché c’è stato anche chi, ritornando in paese dopo anni di emigrazione, ha trovato un altro al posto del nonno.
Oggi, oltre a piangere la scomparsa dei vivi, può capitare di piangere anche quella dei morti e delle loro tombe.
È vero, non c’è più la tassa sulla prima casa, ma a preoccupare di più forse è quella sull’ultima.

Egidio Morici per "L'isola"
quindicinale di informazione per la provincia di Trapani