venerdì 31 luglio 2009
Concerto per Pino Veneziano, no alle mafie e ai palazzinari
Con il viso solcato dal sole, Pino Veneziano cantava le sue canzoni d’amore e di protesta, accompagnandosi con la chitarra, che decise di imparare a suonare proprio perché sentiva l’esigenza di raccontare.
Raccontare la bellezza della natura e dell’amore, ma anche dell’Italia degli anni Settanta, quella della corruzione e delle stragi. Era l’estate del 1984 quando cantò per Jorge Luis Borges, vecchio poeta cieco che si commosse e volle toccargli il viso.
Pino Veneziano però non aveva l’ossessione di diventare famoso. I suoi fans erano gli avventori del Lido Azzurro di Selinunte, sulla costa sud del Trapanese, che ascoltavano le sue canzoni, rapiti dal suo raccontare. Tra questi anche Lucio Dalla e Fabrizio De Andrè, che lo volle come spalla nel suo primo concerto in Sicilia.
Oggi è l’associazione che porta il suo nome a mantenere vivo il ricordo di questo carismatico cantastorie attraverso il “Premio Pino Veneziano” che, giunto quest’anno alla sua sesta edizione, verrà conferito a Roy Paci, ai Sud Sound System e all’archeologo Vincenzo Tusa.
L’appuntamento è per il 10 agosto alle ore 21.30, nel Parco Archeologico di Selinunte, dove Etta Scollo, Roy Paci ed altri si esibiranno in concerto, sullo sfondo dei templi.
L’associazione Pino Veneziano per l’occasione lancia un appello, “Di questa terra facciamone un giardino”, per la salvaguardia e il rispetto del territorio di Selinunte e della sua borgata, minacciato dall’incuria e dalle speculazioni che spesso Veneziano denunciava nelle sue canzoni. Il testo dell’appello è diretto, senza quei giri di parole fatti per accontentare tutti. Riporta alcuni stralci delle canzoni di Pino Veneziano e parla di una Selinunte che, “offesa dal tentativo di cementificazione incombente, reclama il diritto a essere quel che è: un’oasi di pace e di cultura. Una Selinunte che potrebbe diventare coro, se unita alle altre voci della Sicilia che ne difendono il territorio violato dalle mafie e dai palazzinari”.
Un testo distante dalle solite autocelebrazioni acritiche e campanilistiche del territorio, un appello che guarda ad una realtà oggettivamente minacciata, auspicandone la difesa e la vera valorizzazione. Un appello che ha convinto i più grandi nomi del panorama artistico, culturale e giornalistico italiano, da Andrea Camilleri a Giuseppe Tornatore, da Leo Gullotta a Corrado Stajano, da Arnaldo Pomodoro a Marco Travaglio, che lo hanno condiviso e sottoscritto.
Coloro che volessero leggerlo per intero e sottoscriverlo, inserendo anche eventuali commenti, possono cliccare QUI.
La versione cartacea dell’appello è invece contenuta nel libro-cd tributo a Pino Veneziano realizzato da Rocco Pollina e Umberto Leone. Il Primo è un arguto scrittore, cantante e musicista trapanese trasferitosi a Milano dal 1985, mentre il secondo è un cantante e scultore selinuntino, con una voce straordinariamente somigliante a quella di Pino Veneziano. Nel libro c’è la biografia del cantastorie, ma anche le sensazioni e gli odori di una natura da tempo minacciata, oggi più che mai, visto che nel mezzogiorno l’urbanizzazione sta occupando gran parte delle aree costiere, come si legge in un’indagine dell’Istat riportata sull’Espresso del 6 agosto 2009.
Da troppo tempo però viene capillarmente diffuso uno strano assioma per il quale all’aumento delle costruzioni edilizie corrisponderebbe un profuso benessere per tutti i cittadini.
Niente di più falso.
A guadagnarci sono i soliti pochi grandi speculatori. La Prova? Milano. Un Professore del Politecnico Andrea Arcidiacono, ha provato a calcolare chi ci ha guadagnato davvero. In Poche parole, ogni cento euro, al Comune ne vanno 5 di incassi teorici e ai re del mattone 95 di soldi veri. I cittadini invece continuano ad essere funestati dalle banche e attorniati dal cemento. Mentre in Sardegna Renato Soru non ha difficoltà ad affermare che: “Se fosse vero che l’edilizia è il motore dell’economia, la Sardegna sarebbe la regione più ricca d’Italia”.
Allora per Selinunte forse bisogna stare all’erta, perché con la scusa di “migliorarne la fruizione” si rischia che la natura e la cultura cantate da Pino Veneziano possano essere seppellite dal cemento.
L’appuntamento è quindi per il 10 agosto alle 21.30 al Parco Archeologico di Selinunte, con un concerto da vedere, un libro da leggere e un cd da ascoltare, inciso da artisti del panorama musicale nazionale, da Etta Scollo ai Sud Sound System, da Peppe Barra a Moni Ovadia, da Roy Paci ai Mondorchestra.
Come diceva Pino Veneziano, “Vulemu tuttu chiddu chi facemu! Vulemu tuttu chiddu ch’è nostru! Lu vostru? Vi lu lassamu! Tantu è nenti!”.
(“Vogliamo tutto quello che facciamo! Vogliamo tutto quello che è nostro! Il Vostro? Ve lo lasciamo! Tanto è niente!”)
giovedì 23 luglio 2009
18 luglio, la marcia delle agende rosse
Quante persone c'erano alla commemorazione del 19 luglio?
Per la prima volta dopo diciassette anni, è diventata una domanda poco sensata.
Poco sensata perchè a richiamare le persone da tutta l'Italia, stavolta non è stata una commemorazione, ma una manifestazione. Anzi, tre: la marcia delle agende rosse del 18 luglio, il corteo del 19 e il presidio di solidarietà ai magistrati al palazzo di giustizia di lunedì 20.
Per i media ufficiali è stato un gioco da ragazzi mischiare le tre giornate e confezionare un messaggio originale: "meno di 300 persone a ricordare il giudice Borsellino".
D'altra parte i telegiornali devono sintetizzare, non c'è tempo per approfondire. A meno che non si tratti del raffreddore dell'attore dei film di Henry Potter: lì i servizi c'erano e duravano anche tanto.
Questo video è dedicato al primo giorno: il 18 luglio.
Quel giorno si è avuta la netta impressione di cominciare a sentire le prime essenze di quel fresco profumo di libertà di cui parlava Paolo Borsellino. Prime essenze portate da tutta quella gente che dalle varie regioni d'Italia è arrivata a Palermo coi propri soldi e che, pur avendo il mare a due passi, ha preferito salire sul monte Pellegrino alle tre di un infuocato pomeriggio palermitano. Cinque chilometri a piedi con un’agenda rossa in mano, per chiedere verità e giustizia, fino al castello Utveggio. E' da quel castello che partì il segnale di morte per Paolo Borsellino e la sua scorta. Una dura salita resa più lieve da una più matura indignazione, distante dalle lacrime e più vicina alla rabbia e alla voglia di chiarezza su una strage di Stato. Una strage che vide l'eliminazione di chi si era messo di traverso rispetto a quella folle trattativa tra mafia e Stato.
Ma chi sono i mandanti occulti di questo scempio?
Chi li sta coprendo oggi?
Perchè, lo scorso 20 luglio, su "Il Giornale" di Berlusconi qualcuno scrive:
"La strage di via D'Amelio presenta degli aspetti di mistero, ma solo nell'ambito di Cosa nostra", "altro che trattativa tra Stato e mafia che qualcuno adesso sostiene che lui aveva scoperto", "Non hanno creduto al padre, Vito Ciancimino, mafioso di tutto rispetto", "e ora invece credono al figlio", "il vero mostro è questa antimafia pirandelliana".
Chi è questo qualcuno che scrive?
E' Lino Jannuzzi, ex senatore di Forza Italia.
Ottima penna, tanto da sucitare l'interesse di due "grandi editori": il boss Giuseppe Guttadauro e l'amico mafioso Salvatore Aragona. Intercettazioni ambientali hanno infatto rivelato che quest'ultimo avrebbe segnalato Jannuzzi al boss: "Ha scritto un libro contro Caselli e un libro pure su Andreotti ed in è in intimissimi rapporti con Dell'Utri".
La risposta di Guttadauro: "Jannuzzi buono è!".
venerdì 17 luglio 2009
19 luglio, dal segreto di Stato alla manifestazione
La notizia è del 9 luglio scorso. Pubblicata a pagina 25 (venticinque!) del Corriere della Sera. D'altra parte, meno si sa e meglio è per il manovratore. Aiutato dalla scomparsa della stampa libera. Per carità, nessuna intimidazione, basta l'autocensura degli stessi giornalisti che, per essere graditi al potere, si trasformano in addetti stampa, portavoce dei potenti.
L'articolo era nella sezione: Brevi Presidenza del Consiglio. Ecco di seguito il testo:
Posto il segreto di Stato su parte dell' archivio Genchi
- I dati telefonici del personale dei servizi segreti finiti nel cosiddetto archivio Genchi, la mega banca elettronica di tabulati raccolti dal consulente, nella foto, dell' ex pubblico ministero di Catanzaro Luigi de Magistris) saranno coperti da segreto di Stato. L' apposizione è stata decisa da Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi di informazione e sicurezza, che ne ha dato comunicazione al Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica). Letta aveva scritto il 9 febbraio scorso al presidente del Copasir, Francesco Rutelli, per chiedere l' acquisizione della documentazione in possesso del Comitato al fine di valutare l' apposizione del segreto sui dati telefonici attualmente detenuti anche dalla Procura di Roma. -
Sembra che tutto passi sotto silenzio e, ascoltando le parole di Salvatore Borsellino, è facile anche capire il perchè:
"Genchi e De Magistris, con le loro inchieste, erano sul punto di scoprire la nuova P2, cioè quella consorteria di politici, magistrati, industriali e finanzieri che oggi ci governa. Gioacchino Genchi è forse l'unica persona che oggi sarebbe in grado di inchiodare i veri responsabili della strage di via d'Amelio. Già nel 94 lavorava sulle telefonate che partirono dal castello Utveggio, e anche allora la sua attività fu bloccata".
Il 19 luglio a Palermo parteciperà una larga fetta della società civile. E' come se si riunisse una numerosa equipe di psicologi, per tentare di portare alla luce i contenuti spiacevoli che, dal buio della loro segretezza, producono il disagio di un'Italia ancora fragile e senza autonomia.
Per chi volesse saperne di più, può dare un'occhiata QUI accedendo al relativo programma. Non sarebbe male dedicare un giorno della propria vita a chi, per la verità e la giustizia, la vita l'ha sacrificata per intero.
mercoledì 15 luglio 2009
Sonia Alfano: "Ci metto poco a prenderli a calci nel sedere"
Ha ragione Gioacchino Genchi quando dice che anche gli avversari di Sonia Alfano, quando la chiameranno onorevole, si sentiranno riflessi allo specchio, perché penseranno “siccome lei è onorevole allora lo sono pure io”.
“Questo è ciò che penseranno i vari Mastella e gli altri – sottolinea scherzosamente il dottor Genchi – senza sapere che Sonia era già onorevole ancora prima di diventarlo, mentre gli altri per essere onorevoli hanno bisogno del titolo”.
Sonia Alfano non nasconde il suo entusiasmo e lo scorso 9 giugno a Palermo, si commuove, ringraziando tutti coloro che a vario titolo hanno contribuito al raggiungimento di questo risultato senza precedenti. Anche se, oltre a ringraziare, comincia anche ad informare su ciò che sta facendo in Europa e su quello che intende fare nel prossimo futuro. Non accade poi così spesso che in Italia un’esponente della società civile, arrivi a Strasburgo senza tortuosi percorsi politici, compromessi o amicizie imbarazzanti. E’ bastata un’apertura alle persone per bene da parte dell’Italia dei Valori e la risposta della società civile è stata puntuale.
Chissà cosa sarebbe successo se il Pd avesse mostrato la stessa apertura nei confronti di Beppe Grillo? Soprattutto se a decidere fosse stato l’elettorato e non persone come Fassino e D’Alema.
Per Sonia Alfano però essere al parlamento europeo non vuol dire allontanarsi dall'Italia. Il 19 luglio sarà infatti a Palermo, alla manifestazione in ricordo di Paolo Borsellino.
"Non sarà una commemorazione - dice ai microfoni di 500firme.it - è meglio che certa gente non metta piede in via D'Amelio. Allora io sarò già proclamata europarlamentare, ma non ci metterei molto a togliermi le scarpe e a prenderli a calci nel sedere. E' un avviso che lancio a ministri, al presidente del consiglio, del Senato e a chiunque si permetterà di venire là, cercando di mettere il cappello a manifestazioni che sono volute e sentite dalla vera società civile".
Sembra proprio che le persone oneste si siano stancate di stare a guardare e, a più livelli, stiano cominciando a riprendersi ciò che è stato loro tolto. Ciò che è stato tolto ad ognuno di noi.
domenica 12 luglio 2009
Beppe Grillo al Pd, una disinfestazione dall'interno
"Il PDmenoelle è l'assicurazione sulla vita di Berlusconi, è arrivato il momento di non rinnovare più la polizza".
Dal suo blog, Beppe Grillo annuncia di volersi candidare alla segreteria del Pd.
C'è un intero popolo di sinistra che fa fatica ad essere rappresentato da chi ormai da tempo cerca solo l'inciucio, da chi non parla mai di giustizia vera, di conflitto d'interessi, di ambiente con la A maiuscola. Un partito ormai allo sbando, mantenuto ancora in vita da persone per bene come Rita Borsellino, costretta più di una volta a tapparsi il naso e a stringere i denti.
Tante persone oneste di destra hanno assistito alla scomparsa della propria corrente, acquisita dal Pdl come un ramo d'azienda; ai tanti tifosi della nazionale è stato sottratto l'urlo da stadio più comune, "Forza Italia", diventato il nome del partito di Berlusconi che, per stare più tranquillo non si è lasciato scappare nemmeno quello di "forza azzurri".
Perchè regalare al Berlusconismo anche un partito come il Pd? Perchè non tentare una disinfestazione dall'interno?
Al momento non si hanno conferme definitive della scelta di Beppe Grillo, ma se così fosse, ci sarebbe davvero da ridere....
venerdì 10 luglio 2009
Pino Maniaci, il giornalista equilibrista
Immaginiamo una grossa imbarcazione che a causa di una falla stia colando a picco.
Nei pressi si trova un pescatore che, rendendosi conto di quello che sta per accadere, si lancia col suo piccolo peschereccio nel disperato tentativo di salvare più persone possibili. Ad un certo punto, proprio mentre sta tirando su un ragazzino che annaspa tra le onde, si avvicina un diportista e chiama subito la capitaneria di porto.
Dall'altro capo del telefono gli chiedono cosa stia succedendo e il diportista in modo concitato comunica che c'è un peschereccio con un kit di soccorso diverso da quello approvato dal Ministero dei Trasporti e della Navigazione, che gironzola impunemente nelle nostre acque territoriali.
A Pino Maniaci di Telejato è successo qualcosa di simile. Mentre era occupato a tentare di salvare l'informazione siciliana, quasi del tutto affondata nelle pericolose acque dell'autocensura, qualcuno ha pensato bene di accusarlo di abuso della professione giornalistica.
Come se senza tesserino non si potessero fare nomi e cognomi, informando la gente sui fatti.
Ci avevano già tentato l'anno scorso e sono tornati alla carica anche quest'anno. In entrambe le occasioni però Pino Maniaci è stato assolto e, a scanso di equivoci, ha pure ottenuto il preziosissimo tesserino dell'Ordine dei Giornalisti.
Per carità, il suo praticantato è stato un pò più lungo dei due anni minimi previsti ma, in equilibrio tra querele, intimidazioni, aggressioni, auto in fiamme e piani per ucciderlo, sicuramente avrà avuto le giornate abbastanza piene, soprattutto se nel frattempo non ha mai rinunciato a mandare in onda il suo telegiornale.
martedì 7 luglio 2009
Mafia e cemento, sequestrati cinque cani
Non erano stati certo loro a fornire il cemento depotenziato per costruire il nuovo commissariato di Castelvetrano, di fatto però ne stavano pagando le dure conseguenze, altro che 41 bis!
Le sbarre sono quelle del cancello della “Calcestruzzi Lo Bello” di via SS Trinità a Castelvetrano, sequestrata dall’autorità giudiziaria, con tanto di nastri e sigilli. Un’area delimitata da una robusta rete e torturata da un’impietosa calura estiva.
A notare gli animali in galera è un volontario di un’associazione animalista, la LAICA, subito attivatasi per rifocillare i cani in evidente stato di abbandono, portando loro cibo e acqua attraverso le sbarre del grosso cancello, anche perché è impossibile entrare nell’area sequestrata. Circa quindici giorni fa però, la presidentessa della LAICA, Liliana Signorello, ha dovuto inviare una formale richiesta di autorizzazione al GIP del tribunale di Palermo, chiedendo di poterli trasferire in canile per le cure del caso ed una adeguata nutrizione.
Al momento i cani sono ancora lì e danno l’impressione di non potersi permettere nemmeno un avvocato d’ufficio.
domenica 5 luglio 2009
Il blog intervista Roberto Scarpinato: "Uno Stato poco credibile"
Roberto Scarpinato, oggi procuratore aggiunto di Palermo, ha collaborato con Falcone e Borsellino dal 1989 al 1992, occupandosi in seguito di diversi processi legati ad attività criminali mafiose. E’ autore del libro “Il ritorno del principe”, edito da Chiarelettere nel 2008. Presente al festival del giornalismo d’inchiesta di Marsala in cui, durante il dibattito “soluzione finale”, parla di mafia, di intercettazioni, di democrazia a rischio e di come a garantirci sia rimasta soltanto la Costituzione che, se modificata o cancellata, ci farebbe tornare ad essere il paese di don Rodrigo.Colpiscono le parole di Scarpinato sul pericolo della scomparsa della classe operaia e la smobilitazione delle masse, che permetterebbe a qualcuno di avere le mani libere; sulla demonizzazione dei pentiti e il trasferimento dei magistrati che volevano fare il proprio dovere, come De Magistris e la Forleo; sull’invasione delle istituzioni da parte della criminalità e sulla seconda Repubblica, fondata sulle stragi del 1992 e ’93.
Tempo fa aveva dichiarato di avere difficoltà a partecipare alle commemorazioni delle stragi di Falcone e Borsellino, quando in prima fila siedono dei personaggi inquisiti o condannati, che davvero poco hanno a che fare con la vera antimafia. Oggi, in previsione di una maggiore partecipazione popolare, con la nascita anche di comitati spontanei, pensa di partecipare?
Guardi, da un po’ di tempo io partecipo a delle manifestazioni alternative; ci sono per esempio delle messe che vengono fatte celebrare dai familiari di Falcone o la Morvillo, privatamente. Ecco io partecipo a quelle messe invece che a quelle ufficiali. Partecipo ai dibattiti ma, sinceramente quando mi trovo nello stesso luogo con delle persone che sono state condannate o processate per mafia e corruzione che al tempo stesso rappresentano lo Stato, io mi trovo in imbarazzo perché mi chiedo come sia credibile uno Stato che si presenti con certe facce. Ricordo che sino alla metà degli anni ’80 la gente, la società civile non c’era, non veniva ai funerali dei magistrati e dei poliziotti uccisi, non solo perché aveva paura ma anche perché non credeva in uno stato che si presentava con i volti di personaggi impresentabili: i Lima, i Ciancimino e i loro protettori a Roma. Il merito di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino è stato quello di aver reso credibile lo Stato. La gente ad un certo punto si è trovata con uno Stato che appariva credibile perché aveva i volti di Falcone, Borsellino e altri magistrati come loro.
Oggi la credibilità dello Stato ha subito un regresso?
A me preoccupa l’esempio che offriamo alle nuove generazioni, perché da una parte diciamo loro che bisogna diffondere la cultura della legalità e dell’antimafia e poi dall’altra offriamo lo spettacolo di un Parlamento e di consigli regionali imbottiti di pregiudicati e rinviati a giudizio. Un’incoerenza totale, una sorta di schizofrenia. Come dicono i francesi, i figli non si educano con le parole ma con gli esempi. Questi sono esempi che contraddicono la credibilità dello Stato. Oltre all’imbarazzo, da parte mia c’è una sorta di tristezza, perché credo che lo Stato debba rappresentarci con dei volti che siano assolutamente credibili.
C’è secondo lei il rischio di cavalcare un’onda emozionale che magari a lungo andare potrebbe svuotarsi? Salvatore Borsellino si chiedeva dove fosse andata a finire tutta quella gente che al funerale del fratello gridava “Paolo! Paolo!”. Abbiamo visto, durante il dibattito sul giornalismo d’inchiesta a Marsala, come le tante persone presenti, dopo il suo intervento, abbiano applaudito a lungo alzandosi in piedi. C’è il pericolo che alla fine resti poco di questa onda emozionale?
Le emozioni sono importanti, però non si può costruire il futuro sulle emozioni, bisogna costruirlo sui fatti. Questa è una fase storica in cui le persone che vogliono partecipare alla vita politica, alla vita democratica, che vogliono salvare i valori fondanti della nostra democrazia, non hanno più sbocchi, perché esiste una oligarchia al potere che è auto referenziale e che ha privato la gente addirittura della possibilità di esprimere un voto di preferenza alle consultazioni politiche. Il Parlamento è selezionato da alcuni oligarchi sulla base di criteri di fedeltà ai vertici dei partiti o di una celebrità mediatica. Quando la società civile ha tentato di riprendersi la politica, con manifestazioni di piazza, il potere ha demonizzato questa voglia di riappropriarsi dal basso della politica da parte della società civile, qualificando i girotondini come una deriva qualunquistica o criminalizzando manifestazioni come quella di piazza Farnese. La televisione di Stato non da voce a questa Italia pulita , e le trasmissioni televisive non sono altro che salotti dove una ventina di persone, dai vertici politici ai direttori di grandi giornali, si frappongono fra il Paese e la sua verità.
Negli anni ’70 e ’80 c’era un motto che diceva: “indignarsi è giusto, ribellarsi è giusto”, però poi occorre costruire dei canali dove questa rabbia e questa indignazione civile possa scorrere e trasformare l’emozione in una realtà istituzionale e politica. L’emozione più grande resta sempre quella di innamorarsi del destino degli altri e comprendere che pensare di salvarsi da soli è un illusione, perché da soli ci si perde. Se ci si vuole salvare, bisogna salvarsi insieme.
Egidio Morici
per "L'isola" quindicinale di informazione della provincia di Trapani
giovedì 2 luglio 2009
Tra la Sicilia e San Marino, Castelvetrano a Rai3
La So.Ge.Fin, è una finanziaria che nel febbraio scorso è stata sciolta dalla Banca Centrale della Repubblica di San Marino a causa di operazioni finanziarie gestite in modo poco limpido.Ne parla anche la trasmissione Report di Milena Gabanelli su Rai3, il 10 maggio scorso, indicando come amministratore della società l’avvocato Antonio Atria di Castelvetrano.
In trasmissione viene precisato con chiarezza che la So.Ge.Fin non è accusata di mafia, anche se i suoi rapporti con alcuni personaggi sono ancora poco chiari.
Ma l’avvocato Atria non ci sta e, ritenendosi vittima di un pregiudizio, riassume dal suo punto di vista quella che definisce “un’improvvida iniziativa di un giornalista dedito al sensazionalismo a tutti i costi”.
Secondo l’avvocato si sarebbe costruito il seguente assioma: “le mafie raggiungono i paradisi fiscali”, “San Marino è un paradiso fiscale”, “a Castelvetrano in provincia di Trapani (terra di mafia) vive l’Avv. Antonio Atria”, “l’Avv. Atria è amministratore di So.Ge.Fin. S.A.”, “alla So.Ge.Fin. è stata revocata la abilitazione ad operare”. Ergo: “l’Avv. Atria e Sogefin sono contigui alla mafia e per questa ragione operano a San Marino”.
Nella sua lunga lettera di replica l’avvocato scrive che è falso che lui sia mafioso o contiguo alla mafia, sottolineando di non avere amicizie con personaggi mafiosi, vantando le sue conoscenze nel mondo dell’antimafia e precisando che il suo ruolo all’interno della So.Ge.Fin è sempre stato di semplice consigliere. “L’unica mia colpa è di essere nato a Castelvetrano – aggiunge l’avvocato Atria – circostanza che diventa un marchio con cui timbrare a fuoco di infamia tutti coloro che abbiano avuto la ventura, o la sventura, di nascervi”.
Ma che cosa è stato detto davvero al riguardo, durante la trasmissione Report del 10 maggio scorso a Rai3?
Riportiamo di seguito, in versione integrale, la parte del servizio in questione.
Voce fuori campo: “Le mafie possono arrivare ovunque, ma una certa predilezione per i paradisi fiscali è indubbia. A Castelvetrano, provincia di Trapani, vive l’avvocato Antonio Atria, amministratore della Sogefin S.A., finanziaria sammarinese sciolta dalla Banca Centrale della Repubblica di San Marino nel febbraio scorso insieme ad altre due finanziarie, la FP e la Finanza e Progetti. La Sogefin non è accusata di mafia ma di operazioni finanziarie gestite in modo non cristallino”.
Intervento di Gabriele Gatti, segretario alle finanze di San Marino: << La società intrattiene rapporti, le cui motivazioni non risultano chiare e documentate, con Picciotto Giovanni, soggetto con trascorsi giudiziari figlio di Francesco, altro soggetto con numerosi e rilevanti trascorsi giudiziari>>.
Voce fuori campo: “La società intratteneva rapporti con Giovanni Picciotto, figlio di Francesco, arrestato nel settembre scorso in questo hotel, sulla Costa Brava in Spagna. Picciotto è un finanziere messinese che ha costruito un impero sulla base di truffe, falsi in bilancio e bancarotte. Alla Fine degli anni ’70 sta nel carcere dell’Ucciardone a Palermo, in cella con don Masino Buscetta che, molto prima di diventare il grande pentito di cosa nostra, era in quel periodo boss di prestigio tra i mafiosi. E’ picciotto a pagare i conti di Buscetta, che amava passeggiare in carcere con champagne e aragoste”.
Nessuna accusa di mafia quindi, ma le cose da chiarire sono ancora tante.


















