"L'offesa alla verità sta all'origine della catastrofe." (Sofocle, Edipo re)

martedì 29 settembre 2009

Scoperto un lager di cani nelle campagne alcamesi

Se si pensa che vivere in una piccola gabbia di ferro, senz’acqua, con una ciotola di latte rancido macchiato di verde e carne putrida ripiena di insetti, sia per un cane la peggiore delle condizioni possibili, ci si può anche sbagliare. C’è di peggio.
Soprattutto se la gabbia è tenuta sollevata dal terreno e anche la base altro non è che una rete di ferro. Una rete sulla quale c’è qualche pezzo di legno dove il cane tenta di poggiare le zampe per evitare che scivolino giù, impigliandosi tra le maglie.
Certo è difficile capire se sia andata peggio a lui oppure ad un altro cane poco lontano, legato al collo con una catena cortissima e costretto a dormire sui propri escrementi che hanno ormai saturato abbondantemente il poco spazio disponibile.

Purtroppo però questa è solo la punta dell’iceberg rispetto all’inferno che è stato scoperto in una zona tra le campagne alcamesi, dove sono stati trovati più di 10 cani, in maggioranza incroci di razza pitbull, lasciati in uno stato pietoso e con evidenti segni di maltrattamento.
Ad accorgersi della presenza del lager sono stati alcuni turisti che hanno avvertito le associazioni animaliste. Delegazioni della sezione provinciale della Lega Italiana Diritti Animali, dell’ Organizzazione Internazionale Protezione Animali e della Lega Animalisti Italiani Castelvetrano, hanno fatto un sopralluogo ed è scattata subito la denuncia alla stazione dei Carabinieri di Alcamo che, guidati dal Maresciallo Giuseppe Balducci, sono prontamente intervenuti, rendendosi subito conto dello stato in cui si trovavano gli animali. I carabinieri hanno poi fotografato uno ad uno tutti i cani, verbalizzando con attenzione le loro condizioni e, attraverso la consulenza di un geometra, sono riusciti a risalire al proprietario del terreno, un quarantenne che è stato interrogato nella caserma di Alcamo e del quale i militari non hanno ancora fornito le generalità.

Al momento non si sa se gli animali, risultati sprovvisti di microchip, fossero appartenuti tutti al proprietario del terreno e per quale motivo si trovassero lì. Certo è che, a parte quelli di grossa taglia che date le ferite riportate potrebbero essere stati impiegati nei combattimenti, erano presenti anche cani più piccoli, sempre in gabbie anguste e in pessime condizioni. In tutta la Sicilia però non si è trovata una sola struttura che abbia posto per ospitarli. La prima disponibile pare si trovi in Calabria, convenzionata col servizio pubblico.
Dal canto loro, le associazioni animaliste hanno comunicato con decisione che si informeranno sul loro stato di salute, monitorandoli attraverso le associazioni di riferimento del luogo.

E’ difficile dimenticare gli sguardi di quei cani e i loro guaiti mentre ci allontanavamo da quel lager verso la caserma dei carabinieri – riferiscono gli animalisti, visibilmente scossi – è un’enorme tristezza che non può essere resa da nessuna fotografia”.







domenica 27 settembre 2009

Roma, 26 settembre. Un'agenda rossa per resistere

Quasi duemila manifestanti hanno sfilato per le vie di Roma raggiungendo Piazza Navona.
Paolo vive!”, “fuori la mafia dallo Stato!”, “fuori Mancino dal Csm!”, sono stati alcuni degli slogan che hanno fatto da sottofondo al rosso delle agende sollevate in alto dai partecipanti, in ricordo dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, sparita dopo la strage del 1992 a Palermo.
Una manifestazione organizzata da Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso, supportata da tanta gente comune ed un palco a disposizione di tutti.
Sono intervenuti in tanti per dire la propria sulla ricerca di una verità che è strettamente collegata al futuro del Paese, da Giulio Cavalli a Mario Recchia, organizzatore del meetup di Beppe Grillo di Roma.

Marco Travaglio, in collegamento telefonico, si chiede perché Berlusconi abbia percepito le indagini sulle stragi di mafia del ’92 e ’93 come cospirazione nei suoi confronti, “c’è forse un nesso tra lui e le stragi?”. Travaglio sottolinea inoltre come il controllo del Governo sulle trasmissioni televisive sia ancora più grave dell’editto bulgaro e “tutto perché ad Annozero è stato mostrato agli italiani ciò che all’estero sanno da tre mesi”.
Beppe Grillo, sempre telefonicamente, mette invece l’accento sul comportamento di coloro che avrebbero dovuto provvedere al transennamento di via D’amelio e non l’hanno fatto: “Sono colpevoli come chi ha messo l’esplosivo”.

Anna petrozzi, di Antimafiaduemila, sembra centrare il problema parlando della necessità di informarsi, per creare quella consapevolezza che non si affievolisce come l’emozione.
Brevi ma significativi anche gli interventi di Di Pietro, Sonia Alfano e Luigi De Magistris.
Il primo mette in risalto che il conflitto di interessi non è solo quello di Berlusconi: “Il vero conflitto di interessi sta dentro il Parlamento, dove una marea di persone cerca di fare i propri interessi, facendosi al mattino le leggi che gli serviranno il pomeriggio”. Parla anche dello scudo fiscale: “Sono soldi di provenienza illecita che il parlamento trasforma in reinvestimento. Chi approverà quella legge farà un’azione criminale”.

Sonia Alfano invece racconta di aver chiesto solidarietà a Napolitano, che però ha risposto: “Io non partecipo alle manifestazioni di partito”. Dal palco di piazza Navona l’eurodeputata indipendente dell’Idv non raccoglie l’invito fatto in precedenza dal Presidente della Repubblica a non portare in Europa le beghe interne del nostro Paese: “Se non avesse firmato il Lodo – dice Sonia Alfano - forse non saremmo arrivati a questo punto” e chiede a Napolitano almeno di tutelare quei magistrati che stanno indagando per fare luce sulle stragi del ’92 e ’93, come sicuramente avrebbe fatto Pertini.
Luigi De Magistris non esita a comunicare al Paese che per lui il suo programma politico è l’agenda rossa di Salvatore Borsellino: “Avete mai visto 15 secondi di Salvatore Borsellino nelle tv? Mai. Almeno in Europa ci ascoltano. Noi saremo lo strumento per chi in questo Paese ha sete di giustizia. E non ci fermeremo mai”.
Carlo Vulpio mette l’accento sulle responsabilità del Csm e di parte della magistratura per l’isolamento di Clementina Forleo e di Desirè di Geronimo, attaccata violentemente da Niki Vendola perché sta indagando su politici amici suoi.

Sale sul palco anche una ragazza di 14 anni, Cecilia, che dice di voler rimanere nel suo Paese, ma non a queste condizioni, senza libertà e democrazia. Mentre Martina, poco più grande, dopo aver conosciuto la storia di Paolo Borsellino, annuncia con grinta che farà il magistrato.
La piazza poi ascolta con molta attenzione le parole di Gioacchino Genchi che, col tricolore in una mano e un’agenda rossa nell’altra, parla dei sapienti tagli fatti alle intercettazioni, alla scuola e alle forze dell’ordine, che di fatto hanno indebolito la cultura della legalità e favorito la criminalità mafiosa.
Chiudono la manifestazione le parole di Salvatore Borsellino:
Ho il cuore pieno di gioia e sono contento che oggi ci siano così tante persone a ridarmi la speranza. Anche se io non ci sarò, sono sicuro che i giovani vedranno questa giustizia che io non potrò vedere… Io non posso pensare che mio fratello possa essere morto per un Paese che non è più retto dalla Costituzione. Un Paese in cui le leggi si fanno nella sala da pranzo di Arcore, o in altre camere di palazzo Grazioli. Io chiamo tutti voi a cambiare questa Italia di oggi e giuro che sarò sempre vicino a questi ragazzi per gridare insieme a loro verità e giustizia”.

Domani – continua Salvatore Borsellino - scriveranno che mi sono fatto strumentalizzare da Di Pietro. No. Sono io che sono venuto a strumentalizzare Di Pietro. E dico ad Antonio di liberare il suo partito da quelle scorie che ancora ci sono”.
Il fratello del giudice Borsellino dice di non dimenticare che nell’Idv c’è Leoluca Orlando, che era un amico di Paolo e ricorda anche che “era stato preparato un attentato per Paolo e per Di Pietro. Vorrà dire qualcosa?”.
Poi, parlando di Napolitano, dice che un presidente che firma il lodo Alfano di certo non sta difendendo la Costituzione e spera che non firmerà la legge sullo scudo fiscale, in realtà un riciclaggio di Stato. “Se lo Farà – aggiunge – io non so se potrò più chiamarlo Presidente”.
Tre parole, gridate da un Salvatore Borsellino visibilmente affaticato ma felice per il buon esito della manifestazione, chiudono la serata: resistere, resistere, resistere.
Sono le stesse parole che pronunciò Francesco Saverio Borrelli nel 2002, inaugurando l’anno giudiziario. Parole che, dopo quasi sette anni, si ripropongono come una nuova irrinunciabile linea del Piave.

giovedì 24 settembre 2009

L'agenda rossa, a Roma il 26 settembre

"A Paolo Palermo non piaceva, ma imparò ad amarla per poterla cambiare e per la sua città e per l'Italia tutta ha sacrificato la sua vita.
A noi questa Italia che a 17 anni dal suo sacrificio non ha ancora ne' saputo ne' voluto trovare i veri responsabili di quella strage, non piace, ma la amiamo profondamente e vogliamo che il sogno di Paolo si realizzi, vogliamo sentire quel fresco profumo di libertà per cui Paolo e suoi ragazzi sono andati coscientemente incontro alla morte e non quel puzzo di compromesso morale, di indifferenza, di contiguità e di complicità che oggi ammorba il nostro paese".

Così si esprime Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso in via D’Amelio nella strage del ’92, in una lettera scritta insieme ai giovani delle agende rosse.
Il colore non è politico, il rosso è quello della copertina dell’agenda del giudice, sparita il giorno della strage e ancora non ritrovata. È il colore di quelle agende che si sono moltiplicate nelle mani di tanti cittadini che, sollevandola in alto, hanno chiesto giustizia e verità. Sono le stesse agende che il 18 luglio scorso, con sudore e rabbia, hanno scalato il Monte Pellegrino fino al Castello Utveggio, dove si presume sia partito il segnale per far esplodere l’ordigno di via D’Amelio. Da allora il fiume delle agende rosse sembra essersi ingrossato e il 26 settembre lo si vedrà scorrere per le vie di Roma.

È proprio Salvatore Borsellino ad organizzare la manifestazione. Una persona per bene che da tempo chiede verità e giustizia per coloro che sono morti per difendere l’Italia dal cancro della mafia e del malaffare.
E oggi in molti hanno condiviso questa lotta che coinvolge tutta quell’Italia che si sente lontana dall’indifferenza che per molti anni ha attraversato il nostro paese.
Tante persone comuni ma anche giornalisti, scrittori, artisti e leader politici hanno aderito alla manifestazione. Lo hanno fatto Sonia Alfano, Marco Travaglio, Gioacchino Genchi, Giulio Cavalli, Beppe Lumia, Pino Masciari, Benny Calasanzio, Luigi de Magistris, Gianni Lannes e anche Antonio Di Pietro che, condividendo pienamente l’iniziativa, si è offerto anche per sostenere in parte gli oneri economici della manifestazione, che rimane comunque di carattere spontaneo e popolare.

Ma se i mandanti occulti della strage siedono ancora sugli scranni del potere, non è difficile immaginare le reazioni di quei giornali e televisioni che al potere sono indubbiamente collegati.
Già dall’indomani della manifestazione, non sarebbe difficile trovare titoli del tipo “E Tonino paga la sua marcia su Roma”, oppure “L’antiberlusconismo dei professionisti dell’antimafia”.
Le tecniche per disinformare sono tante e certi direttori le conoscono molto bene.
Non ci vuole molto, basta un servizio su Rai Uno dove chirurgicamente venga estrapolata una frase dal contesto ed ecco che possono essere costruite offese alle alte cariche dello Stato e attacchi alla giustizia, un po’ come è stato fatto per piazza Farnese.

Purtroppo, più che la stampa, quello che conta in Italia è la televisione. Perché non è con i giornali che la maggior parte degli italiani si informa. Le cose che la gente sa, le ha sentite dalla tv, dove il monopolio, a parte quei pochi “farabutti” di “Report” e “Annozero”, è praticamente assoluto.
E dato che a detenere quel monopolio è un politico, il gioco è fatto.
E’ per questo che forse, per capire bene che cosa sarà il prossimo 26 settembre, occorrerebbe esserci, parlare con la gente, percepirne l’atmosfera, la rabbia, la voglia di cambiamento e di giustizia. Parteciperanno in tanti da tutta l’Italia e molti seguiranno l’evento dal web. Sempre più persone, oltre a chiedere giustizia, avranno così la possibilità di confrontare ciò che hanno visto e sentito in quella giornata con quello che verrà riportato da certa tv. Sempre più persone si renderanno conto di come può essere trasformata la realtà. La propria realtà che, come spesso accade, viene ritrovata quasi per intero, senza tagli e sapienti montaggi, sulla rete.

Clicca QUI per il calendario della manifestazione

venerdì 18 settembre 2009

L'unità, Berlusconi e il San Raffaele di don Verzè

E il premier querela l'Unità.
2 milioni di euro che, in caso di vincita, devolverà all'ospedale San Raffaele di Milano.
A Berlusconi non è andato giù che si scrivesse delle sue frequentazioni con la escort Patrizia D'addario, non è andato giù che si fossero messi in discussione i suoi rapporti col Vaticano e non è andato giù di essere anche solo sospettato di controllare l'informazione in Italia.
Ma forse, più di tutte, lo hanno fatto inviperire le battute sull'impotenza sessuale.
"Affermazioni false e lesive dell'onore del premier - spiega il suo legale - presentando l'on. Berlusconi come soggetto che di certo non è, ossia come una persona con problemi di erezione".

Sembrerebbe quindi che la sinistra se ne inventi una più del diavolo, salvo scoprire che il diavolo queste cose le aveva già scritte su Libero lo scorso 19 giugno a proposito del caso Noemi: "Il Cavaliere è accusato di fare ciò che dubito possa fare: dedicarsi a una sfrenata attività sessuale. Fantasie. Frequento da alcuni anni gli urologi. Questioni di prostata, data l’età".
Il diavolo in questione è Vittorio Feltri, oggi passato alla direzione del Giornale di Berlusconi e mai querelato dal presidente del consiglio.

Due pesi e due misure? Chi può dirlo.
Ma forse al Berlusca i pesi lo preoccupano poco. A lui interessano di più le misure e come mantenerle.
E siccome è risaputo che il viagra può essere molto utile per coloro che hanno subito un intervento alla prostata, ecco che forse può essere sfatato il pregiudizio secondo cui Silvio vuol fare sempre la parte del superman a letto. Insomma, nel suo caso non si tratterebbe di farmaci per aumentare le prestazioni, ma più semplicemente per riportarle ad un livello simile al periodo pre-intervento.
Certo, se si esagera, poi ci tocca sentire la D'addario dire che il presidente è un toro, confermando per altro le pubbliche dichiarazioni di Silvio sulla sua attività notturna divisa in tre ore di sonno e tre ore di sesso e via ciarpando.

Ma perchè, in caso di vincita, Berlusconi devolverebbe i 2 milioni proprio al San Raffaele di Milano?
E' in quell'ospedale che nel '96 Berlusconi fu operato di prostata, ma i motivi della riconoscenza affonderebbero le proprie radici in un periodo molto antecedente: il 1970.
Proprio in quegli anni, parallelamente all'edificazione di Milano 2, nella stessa zona don Luigi verzè aveva realizzato l'Ospedale San Raffaele, ma ben presto i due si accorsero di avere un problema in comune: il rombo degli arei del vicino areoporto di Linate. Quel rumore, oltre ad assordare i futuri degenti del moderno ospedale, avrebbe ridotto il valore degli immobili della nuova città di Berlusconi. Lo slogan commerciale di Milano 2, "Un'oasi di pace ai confini della città", sarebbe diventato davvero poco credibile.
Tra mazzette e imbrogli vari, questo problema portò alla condanna del direttore generale di Civilavia, per avere arbitrariamente modificato le rotte dei voli di Linate, alle accuse di abuso d'ufficio, omissione d'atti d'ufficio e corruzione per vari personaggi, come il sindaco di Segrate e l'assessore all'ecologia. E nel 1977 lo stesso don Verzè venne riconosciuto colpevole di "istigazione alla corruzione", anche se tra rinvii e prescrizioni le condanne definitive non arrivarono più per nessuno.

Oggi, a quasi 40 anni di distanza, l'imprenditore del consiglio non dimentica neanche quelli che trasversalmente lo hanno appoggiato nella costruzione del suo impero, figuriamoci quelli che lo hanno sostenuto in modo più diretto. Il problema è che forse ha promesso troppo a troppe persone, magari al di là delle proprie possibilità. Cosa succederà quando Berlusconi non riuscirà più a pagare questa sorta di mutuo?

venerdì 11 settembre 2009

Sindaco del bergamasco caccia Peppino Impastato dalla biblioteca

La biblioteca di Ponteranica, in provincia di Bergamo, non è più dedicata a Peppino Impastato. Il sindaco leghista ha fatto togliere la targa. Certo, visto che ancora oggi qualcuno sostiene che Peppino si sia legato ai binari dandosi fuoco da solo, magari sarà stato lui stesso a togliere la targa dalla biblioteca di Ponteranica, trentuno anni dopo la sua morte. Ormai si può credere a qualsiasi assurdità.
Ma Cristiano Aldegani, sindaco di Ponteranica, ha ricevuto una lettera da parte di una ragazza di 26 anni che abita a Villafranca Tirrena, in provincia di Messina. E' il paesino dove Graziella Campagna, uccisa a fucilate dalla mafia nel 1985, faceva la stiratrice.
La riportiamo integralmente nell'attesa, forse vana, di una risposta.

"Al Sig. Sindaco Cristiano Aldegani e p.c. a tutto il Consiglio Comunale di Ponteranica.
Ill.mo sig. sindaco Aldegani,
sono una ragazza di 26 anni e scrivo dalla provincia di Messina, precisamente da Villafranca T., luogo tristemente noto per l’uccisione mafiosa, nel 1985, di una ragazza di 17 anni.
Io non so cosa La spinga ad essere intollerante nei confronti di un giovane ucciso dalla mafia perché coraggioso, libero e onesto, ma La invito a rivedere le Sue posizioni in quanto la figura che fa fare ai suoi concittadini di fronte all’intero Paese è veramente deprimente… anche se, mi rendo conto che loro stessi, eleggendo un sindaco leghista, non è che si vogliano un gran bene.

Il fatto che Lei abbia provato ad utilizzare la procedura d’urgenza per rimuovere una targa dedicata a Peppino Impastato mi fa molto riflettere. O Lei non conosce la storia della sua gloriosa Nazione (che oggi, purtroppo, non è basata sul lavoro bensì sul sangue versato da centinaia di innocenti) o la nega vivendo in chissà quali strambe fantasie.
O forse, semplicemente, non ha alcun rispetto per i NOSTRI morti.
Io, ad ogni modo, ci tengo a sottolineare il mio SDEGNO per un atto razzista e privo di logica.
Lo so, la mia parola di povera siciliana stupida, bigotta e analfabeta non vale nulla per Lei… immagino che anzi dopo aver letto questo messaggio si andrà a far disinfettare.
Mi creda, non vorrei essere costretta a dirlo, ma io La compatisco.
Peppino Impastato, come tutte le altre vittime innocenti morte per mano mafiosa, merita ben altri 'palcoscenici' che non un luogo dove le targhe commemorative vengono affisse e rimosse con cotanta tracotanza. Per questo motivo La ringrazio di aver risparmiato a Peppino ulteriori sofferenze.

Distinti saluti o, per meglio dire, d’istinti saluti."
Valeria Bonanno

giovedì 3 settembre 2009

Le scottanti inchieste del Giornale di Sicilia

Da più di vent'anni, molti lamentano la scomparsa del giornalismo d'inchiesta. Altri invece sostengono che si è modernizzato al punto da non essere più riconoscibile.
Può darsi che il Giornale di Sicilia sposi la seconda tesi, dedicando all'inchiesta un bel pò di articoli usciti durante l'estate. E proprio per evitare che il lettore possa non riconoscerne le nuove moderni forme, i titoli hanno una sorta di occhiello con caratteri bianchi su striscia nera in cui è scritto: "LA NOSTRA INCHIESTA".

Un'evoluzione progressista dell'indagine giornalistica, non più fatta di coraggiosi contenuti a rischio di querela, croce e delizia degli editori, ma di paginoni con maxi foto che rendono omaggio a dei grossi industriali con tanto di biografia e di intervista scendiletto.
Sono cose che capitano quando l'inchiesta è sulla crisi e la libera impresa.

Ecco qualche contenuto dal Giornale di Sicilia del 28 luglio scorso:
"Libera impresa e mocassini: ecco i Della Valle";
"Un'azienda ereditata dal padre e che Della Valle ha imposto nei mercati di tutto il mondo"; "Mister Tod's e l'impero costruito sui mocassini";
"Diego Della Valle, figlio d'arte che segue le orme del padre Dorino e del nonno Filippo. I suoi mocassini, studiati anatomicamente, con le pelli migliori, le cuciture fatte a mano, accompagnano le reali passeggiate di Juan Carlos di Borbone come le apparizioni a Villar Perosa dell'avvocato Gianni Agnelli."

Uno stile nuovo, quasi da Mediashopping ma pur sempre coraggioso.
L'articolo (d'inchiesta) comincia col paragonare Diego Della Valle a Diego Maradona, perchè sempre di piedi (buoni) si tratta, con la differenza che il "pibe de oro" li ha usati per incantare il mondo con le sue prodezze, mentre il nuovo Diego per "conquistarlo - scrive Nino Sunseri - e inventare uno dei più straordinari (tanto da essere analizzato nelle business school) casi di successo industriale che l'Italia abbia generato negli ultimi decenni".

Insomma dal "pibe de oro" al "pibe de cuoio".
E dopo essersi impegnato in un'imbarazzante ed ipercelebrativa biografia, il giornalista (d'inchiesta) chiude la sua coraggiosa indagine chiedendosi se Diego riuscirà a mantenere il sorriso sulle labbra anche inoltrandosi nei tortuosi meandri del potere. Non mancano poi le foto di grande formato che riproducono in una pagina l'attrice americana Sienna Miller, nuova testimonial di Tod's e nell'altra alcuni modelli di mocassino.
Dall'intervista scendiletto invece, a parte domande del tipo "Avete presentato dei conti trimestrali molto soddisfacenti: che previsioni fate per il resto dell'anno?", emergono anche le richieste allo Stato, col "pibe de cuoio" che chiede "meno burocrazia, una detassazione degli utili e incentivi alla ricerca". Anche perchè non ha certo dimenticato l'accusa di associazione a delinquere per frode sportiva durante la direzione della Fiorentina.
Sarà stato anche quello un problema di burocrazia?

Ma in questa coraggiosissima inchiestona non ci sono soltanto i Della Valle. E'una sorta di indagine a puntate, in più uscite, che ogni tanto magnifica le gesta del magnate di turno che alla fine dice la sua su come uscire dalla recessione.
E allora, tra i personaggi illustri dell'imprenditoria nazionale, protagonisti di queste celebrazioni a doppia pagina, troviamo anche:

Emma Marcegaglia, la cui azienda di famiglia ha patteggiato 500 mila euro, più 250 mila euro di confisca per una tangente di 1 milione e 158 mila euro pagata a Lorenzo Marzocchi di EniPower e sotto inchiesta per 17 conti bancari ritrovati in Svizzera dalla magistratura milanese. Oggi alla presidenza di Confindustria, dice candidamente al Giornale di Sicilia: "Per il rilancio del sud occorre più impegno sul fronte della legalità";

Leonardo del Vecchio, condannato in primo grado, a pagare più di 20 milioni di euro per frode fiscale, dice invece di non aver "mai voluto scendere sul terreno dei rapporti con la politica";

Edoardo Garrone, presidente della Erg. Un nome legato al petrolio e all'energia, ma anche allo scandalo Isab, fatto di tangenti per oltre 3 miliardi di lire nel 73, per ottenere celermente le autorizzazioni a costruire l'omonima raffineria. Oggi, memore dei guai del nonno, dice: "Possiamo fare di più per questa terra ma ci scontriamo con una burocrazia lenta".

Che sia questo il nuovo volto dell'inchiesta? Un mix tra pubblicità e richieste allo Stato da parte di grandi imprenditori?